Toghe in processione tra altari e sezioni di partito politico
L’Anm fa politica militante ovunque, benedetta o rossa: predica indipendenza, pratica potere, confonde ruoli, occupa spazi, chiede fede cieca totale.
C’è un che di irresistibilmente teatrale, quasi affettuoso, in questa Anm che riscopre il gusto del territorio. Non più i convegni paludati negli hotel con moquette ministeriale, ma le sale parrocchiali con le sedie spaiate, i circoli di partito con le locandine rosse d’antan, le diocesi di provincia dove l’eco delle parole rimbalza come una predica ben riuscita. È la politica prima della politica, quella che non chiede il voto ma pretende l’adesione morale. E infatti non si chiama propaganda: si chiama “sensibilizzazione”.
Il problema, però, è che qui non siamo davanti a un’associazione culturale qualunque. L’Anm rappresenta il cuore duro dello Stato, il potere che giudica, condanna, assolve. Un potere che, per definizione, dovrebbe essere sobrio, distante, misurato. E invece eccolo lì, a fare il giro delle sette chiese — letteralmente — e delle sezioni di partito, con una disinvoltura che farebbe impallidire la Balena Bianca nei suoi anni migliori. Altro che vecchia Dc: qui siamo alla riedizione aggiornata del compromesso storico, con Don Camillo che ospita e Peppone che applaude.
La scena è quasi comica: da un lato si rivendica l’indipendenza come un dogma, dall’altro si scende nell’agone politico con la foga del militante. Si grida al pericolo autoritario, ma si occupa ogni spazio disponibile di legittimazione simbolica: l’altare (o meglio, la sala accanto), la sezione Pd, il dibattito pubblico trasformato in catechismo civile. E guai a chiamarla politica: è “difesa della Costituzione”, formula magica che assolve tutto e tutti.
Non è in discussione la buona fede dei singoli magistrati, molti dei quali parlano perché sinceramente convinti di fare il bene comune. Ma la politica non è fatta solo di intenzioni: è fatta di effetti. E l’effetto di questa mobilitazione capillare, trasversale, ossessiva è uno solo: la magistratura che smette di apparire arbitro e accetta di sembrare giocatore. Anzi, giocatore che protesta contro le regole mentre è in campo, fischietto in mano.
Il paradosso è che qualunque sia l’esito del referendum, il risultato è già scritto. Se vincerà il No, l’Anm ne uscirà rafforzata, convinta che la legittimazione popolare possa essere conquistata bypassando la politica rappresentativa. Se vincerà il Sì, resterà una magistratura spaccata, delegittimata, con una maggioranza silenziosa che pagherà il prezzo dell’iperattivismo di pochi. In entrambi i casi, l’idea stessa di separazione dei poteri ne esce ammaccata.
Alla fine resta l’immagine più nitida: Fernandel e Gino Cervi scolpiti sulla stessa medaglia, altari e sezioni come stazioni di una via crucis laica, toghe che predicano neutralità mentre fanno campagna. È un ritorno al passato che fa sorridere, certo. Ma è un sorriso amaro. Perché quando chi giudica decide di fare politica senza dirlo, il problema non è più la riforma Nordio. È la credibilità dello Stato.
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