Platone fa paura ai texani
Il Simposio censurato: l’eros batte Trump, 2400 anni a zero.
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C’è qualcosa di irresistibilmente comico, se non fosse tragico, nell’idea che Platone venga percepito come una minaccia all’ordine pubblico. Non un attivista queer, non un professore militante, ma Platone: morto da ventiquattro secoli, tradotto, commentato, masticato e rimasticato da ogni civiltà che abbia mai provato a pensare. Eppure eccolo lì, bandito a pezzi, ridotto a materiale sensibile, perché potrebbe – orrore – far nascere delle domande.
Il punto non è nemmeno il mito dell’androgino, che nel Simposio è poesia filosofica di altissimo livello, non un manifesto politico. Il punto è il terrore della complessità. Platone non dice “i generi sono tre”, dice qualcosa di molto peggiore per i censori: racconta una storia che apre l’immaginazione, che mostra come il desiderio preceda ogni schema, come l’umano non sia riducibile a un modulo amministrativo. E questo, per chi governa a colpi di divieti e slogan, è intollerabile.
Così si taglia. Zac. Come Zeus nel mito, ma senza grandezza e senza ironia. Solo paura. Paura che uno studente legga Aristofane e rida. Paura che capisca che l’amore non obbedisce ai decreti. Paura che scopra che la cultura non serve a confermare ciò che già pensiamo, ma a incrinarlo.
La censura, quando diventa grottesca, smette di essere solo repressione e si trasforma in farsa. E la farsa va trattata come tale: con una sonora pernacchia. Platone sopravvivrà anche a questo, tranquillo. Trump e i suoi zelanti bidelli del pensiero, invece, resteranno come nota a piè di pagina: quella sull’ignoranza che, ogni tanto, tenta di vietare l’eternità.
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