Pensioni, il furto che lo Stato non vuole vedere
Le Casse dei professionisti pagano il 26% sui rendimenti e gli iscritti subiscono un secondo prelievo sulle prestazioni. Da quindici anni si promettono correttivi, ma la politica continua a rinviare.
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Un’ingiustizia che pesa sulle pensioni di domani e sulle famiglie di oggi.
C’è un’ingiustizia fiscale che attraversa i governi, resiste alle riforme e sopravvive a ogni promessa elettorale: la doppia tassazione delle Casse di previdenza dei professionisti. Cambiano i ministri, si annunciano nuove stagioni di equità, si proclamano interventi a favore del lavoro autonomo. Ma quando si arriva al punto, il copione è sempre lo stesso: gli impegni restano sulla carta e il conto continua a essere presentato agli iscritti.
Il paradosso è difficile da giustificare. Le Casse devono garantire pensioni e prestazioni assistenziali con risorse proprie, senza poter contare sui trasferimenti pubblici che sostengono altri segmenti del sistema. Eppure, sui rendimenti del loro patrimonio finanziario grava un prelievo del 26%. Quando poi arriva il momento di erogare la pensione, anche i rendimenti già tassati concorrono, secondo il regime descritto, alla formazione della base imponibile della prestazione.
È qui che la questione smette di essere una disputa tra tecnici e diventa un problema concreto per migliaia di professionisti. Perché le imposte non evaporano nei bilanci: sottraggono risorse alla capitalizzazione, comprimono le possibilità di investimento e possono incidere sull’adeguatezza delle prestazioni future. A pagare non sono soltanto gli enti previdenziali, ma soprattutto coloro che hanno versato contributi per costruirsi una pensione.
La politica conosce il problema da anni. E da anni lo lascia irrisolto. Già nel 2021, durante il governo Draghi, il tema era stato portato all’attenzione dei parlamentari e della Commissione Finanze. Si era parlato di penalizzazione dei professionisti, di investimenti e di necessità di avvicinare il trattamento italiano a quello di altri Paesi europei. Poi, ancora una volta, il silenzio. Nel frattempo, il decreto sugli investimenti delle Casse, atteso dal 2011, è rimasto a lungo il simbolo di una regolamentazione che non riesce a trasformarsi in una cornice certa e adeguata.
Il confronto con la previdenza complementare rende il quadro ancora più difficile da accettare. I fondi pensione sono assoggettati sui rendimenti a un’aliquota ordinaria del 20%, mentre per le Casse il prelievo è del 26%. Ma la differenza più significativa riguarda il trattamento delle prestazioni: nella previdenza complementare, i rendimenti già tassati vengono esclusi dalla base imponibile della prestazione secondo le regole previste; per le Casse, invece, la tassazione della pensione può colpire anche quella componente già assoggettata a imposta durante la fase di accumulo.
Non si tratta di sostenere che ogni forma previdenziale debba avere regole identiche, perché differenti sono strutture, finalità e discipline. Si tratta, piuttosto, di pretendere una spiegazione convincente per una disparità che rischia di penalizzare proprio chi deve autofinanziare la propria tutela pensionistica. Se la previdenza è una funzione di interesse generale, la sua fiscalità non può essere disegnata ignorando le conseguenze sulle prestazioni.
Naturalmente, il richiamo al divieto di doppia imposizione previsto dall’articolo 163 del Tuir richiede una precisazione: la norma vieta l’applicazione più volte della stessa imposta in dipendenza del medesimo presupposto. La tassazione dei rendimenti e quella della prestazione pensionistica coinvolgono meccanismi e presupposti giuridici distinti; non basta quindi invocare quell’articolo per concludere automaticamente che vi sia una violazione del divieto. Ma questo non cancella la questione sostanziale: è equo tassare il patrimonio previdenziale durante l’accumulazione e colpire nuovamente, nella prestazione, anche risorse già tassate? È questa la domanda alla quale il legislatore deve dare una risposta chiara.
C’è poi una dimensione sociale che la politica sembra sottovalutare. Le pensioni dei professionisti non servono soltanto a mantenere chi ha concluso la propria attività lavorativa. Spesso contribuiscono al sostentamento dei figli, dei nipoti e delle famiglie in difficoltà. In un Paese in cui crescere un figlio può costare oltre 160mila euro nei primi diciotto anni, il reddito dei pensionati continua a svolgere una funzione di supplenza rispetto a un welfare insufficiente e a salari che non sempre consentono ai giovani di rendersi autonomi.
Indebolire la previdenza significa dunque intervenire su un equilibrio familiare già fragile. E significa trasferire sulle nuove generazioni il costo di scelte fiscali che oggi riducono le risorse disponibili per domani.
La domanda politica è inevitabile: perché una disparità denunciata da anni non trova una soluzione? Perché si continua a parlare di sostegno ai professionisti, di investimenti nell’economia reale e di rafforzamento del welfare, senza affrontare fino in fondo il regime fiscale che condiziona le risorse delle loro Casse?
Non servono altre dichiarazioni di principio. Serve una revisione organica, accompagnata da numeri, valutazioni di impatto e tempi certi. Il Governo deve chiarire quale sia il costo effettivo dell’intervento, come intenda correggere le distorsioni e in quale misura i benefici possano tradursi in maggiore sostenibilità e migliori prestazioni. Le Casse, dal canto loro, devono rendere trasparenti gli effetti del prelievo sui rendimenti e sulle prospettive previdenziali degli iscritti.
Il punto, in definitiva, non è concedere un privilegio a una categoria. È evitare che il risparmio destinato alla pensione venga penalizzato da un sistema che promette protezione e finisce per sottrarre risorse alla protezione stessa.
I governi passano, le promesse si accumulano, le imposte restano. E a pagare sono sempre gli stessi: i professionisti che lavorano, versano contributi e affidano alle proprie Casse il futuro previdenziale. Se lo Stato considera la previdenza privata obbligatoria un presidio di interesse generale, deve dimostrarlo anche con le regole fiscali. Altrimenti, l’equità resta uno slogan e la pensione diventa l’ennesima voce sulla quale fare cassa.
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