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Meloni in campo, il referendum la espone

Scende nell’arena per il Sì, ma così lega il suo destino politico al voto del 23 marzo.

Meloni in campo, il referendum la espone

C’è un momento in cui la prudenza cede il passo alla necessità politica. È il momento che sta vivendo Giorgia Meloni, richiamata in campo da un referendum che rischiava di trasformarsi, per il governo, in un boomerang silenzioso. La rimonta del “No”, il testa a testa fotografato dai sondaggi, l’ombra di una sconfitta simbolica hanno convinto la premier a rompere gli indugi. E così quella che doveva essere una campagna defilata, quasi notarile, si è trasformata in una mobilitazione personale.

La parola “referendum” resta dosata con cura, ma la sostanza è un’altra: Meloni si è fatta carico del voto del 22 e 23 marzo. Lo ha fatto con un’escalation comunicativa evidente, tra video social a raffica e attacchi frontali alla magistratura, salvo poi rivendicare toni istituzionali negli studi televisivi e dirsi d’accordo con il richiamo alla sobrietà del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Una doppia postura che segnala la difficoltà di tenere insieme mobilitazione e responsabilità di governo.

Il punto politico, tuttavia, è più semplice. Checché ne dica, la premier ha legato il proprio profilo al risultato. Non si dimetterà in caso di sconfitta — lo ha già chiarito — e nessuno realisticamente immagina una crisi di governo per un referendum. Ma la neutralità è saltata. E se il “No” dovesse prevalere, il colpo non sarebbe tecnico, bensì politico.

Non a caso il precedente evocato, anche se mai nominato apertamente, è quello di Matteo Renzi, che personalizzò il referendum costituzionale del 2016 trasformandolo in un giudizio sul proprio esecutivo. Meloni ha scelto una strada diversa: niente plebiscito dichiarato, nessuna promessa di dimissioni. Eppure, nel momento in cui scende in campo, diventa inevitabilmente il bersaglio principale delle opposizioni.

La connessione con le urne renderà più difficile lo sganciamento da un eventuale risultato negativo. Perché questa sarebbe la prima sconfitta di una legislatura fin qui condotta con sicurezza, talvolta con baldanza. E perché il voto, al di là del merito tecnico sulla separazione delle carriere, finirà per misurare il grado di consenso attorno alla leadership della premier.

La scelta, in fondo, è coerente con la cifra politica di Meloni: non lasciare vuoti, presidiare ogni spazio, trasformare ogni competizione in una prova di forza. Ma ogni prova di forza comporta un rischio. Scendendo in campo, la presidente del Consiglio ha evitato di assistere alla partita dalla tribuna. Ha preferito giocarla. Sapendo che, questa volta, il pallone potrebbe tornare indietro.

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