L’Europa non si piega: il bando Usa a Breton umilia gli alleati, colpisce sovranità, rivela l’arroganza trumpiana e mina l’ordine democratico
Washington punisce chi regola i giganti del web. L’Unione reagisca unita: difendere leggi, autonomia politica e credibilità internazionale non è antiamericano, è sovranità e rispetto reciproco tra alleati democratici oggi.
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Non siamo una colonia, e non possiamo permetterci di comportarci come se lo fossimo. Il bando imposto dall’amministrazione Trump a Thierry Breton non è un incidente diplomatico né una bizzarria muscolare: è un atto politico deliberato, grave, simbolico. Un messaggio chiaro: chi osa regolamentare il potere dei colossi tecnologici americani verrà punito.
Che un ex commissario europeo venga sanzionato per aver fatto il proprio lavoro – applicare e difendere le leggi dell’Unione – segna un precedente inquietante. Non è Breton il vero bersaglio, ma la sovranità europea. È l’idea stessa che l’Ue possa decidere autonomamente le proprie regole, farle rispettare e non chiedere permesso a Washington.
Ancora più allarmante è il silenzio europeo che rischia di seguire. Le reazioni indignate della politica francese, da sinistra a destra, sono sacrosante. Ma non bastano. Se l’Unione non risponderà in modo fermo e unitario, il messaggio che passerà sarà devastante: l’Europa protesta, ma subisce.
Qui non è in gioco l’antiamericanismo, alibi troppo facile e troppo comodo. È in gioco il rispetto tra alleati. Gli Stati Uniti che sanzionano un dirigente europeo per aver regolato Big Tech assomigliano più a un impero che a un partner democratico. E un’Europa che abbassa lo sguardo assomiglia più a un mercato che a una potenza politica.
Difendere Breton significa difendere il diritto dell’Unione a esistere come soggetto politico. Se oggi passa questo atto di forza, domani chiunque osi toccare interessi strategici americani potrà essere colpito. A quel punto la sovranità europea non sarà più violata: sarà semplicemente evaporata.
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