L’Anm arruola gli studenti contro Nordio
Una circolare dell’Ufficio scolastico regionale della Campania invita i presidi a diffondere nelle scuole un’iniziativa dell’Associazione magistrati contro la riforma della giustizia. Un fatto grave: la neutralità dello Stato calpestata da chi dovrebbe garantirla.
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C’è un confine che in uno Stato serio non si oltrepassa mai: quello tra istituzione e militanza. Quando chi rappresenta lo Stato dimentica di esserlo, e usa il proprio ruolo per orientare, spingere, indirizzare i cittadini — peggio ancora i ragazzi — verso una posizione politica, quel confine si spezza. E la fiducia nelle istituzioni con lui.
È accaduto in Campania, dove il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Ettore Acerra, ha firmato e inviato ai presidi una circolare “esortativa” che invita a diffondere tra gli studenti la “Giornata della giustizia”, organizzata dai magistrati dell’ANM di Napoli. Non un convegno neutro, ma un evento apertamente schierato contro la riforma Nordio, quella che separa le carriere dei magistrati e che il Parlamento ha approvato dopo un lungo dibattito democratico.
È difficile non cogliere la gravità di questo atto. La scuola, luogo di formazione e pluralismo, viene arruolata come retrovia del sindacato delle toghe. Si chiede ai docenti di farsi cassa di risonanza di una battaglia politica; agli studenti, di farsi pubblico militante. In nome di una presunta “educazione alla legalità”, si scambia l’indipendenza per l’ideologia.
Non è la prima volta che un pezzo dell’apparato statale si muove come se fosse partito. Ma qui siamo oltre: un dirigente ministeriale che utilizza il canale ufficiale dell’amministrazione per amplificare una protesta corporativa. È la negazione stessa della neutralità della pubblica amministrazione, principio fondante della Repubblica.
Che l’Anm, ormai da mesi, si comporti come un soggetto politico è sotto gli occhi di tutti. Che lo faccia una direzione scolastica regionale, con tanto di timbro ministeriale, è inaccettabile. La scuola non può essere terreno di reclutamento per le battaglie di palazzo. Non può diventare — per mano di chi la guida — strumento di propaganda di una parte contro l’altra.
Chi difende la Costituzione non può violarne lo spirito. E lo spirito della Carta, quello che garantisce libertà d’insegnamento, pluralismo e imparzialità, è stato calpestato. La scuola non è la sezione giovanile della magistratura associata. Non è la platea da riempire per far numero in un comizio. È un’istituzione autonoma, al servizio della crescita civile dei cittadini, non della loro manipolazione.
Il ministro dell’Istruzione farebbe bene a chiedere chiarimenti, e il ministro della Giustizia a pretendere rispetto per il Parlamento. Non c’è nulla di più pericoloso, per uno Stato, del suo stesso apparato che si schiera contro se stesso.
Perché quando i giudici si fanno attivisti e i dirigenti scolastici diventano megafoni, non è più solo la politica a essere sotto accusa. È la credibilità delle istituzioni a vacillare. E, insieme a essa, quella fragile fiducia dei cittadini che nessuna riforma potrà mai ricostruire, se prima non si ristabilisce un principio elementare: lo Stato serve tutti, non combatte per nessuno.
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