La tonaca entra nell’urna: così la Chiesa forza la giustizia
L’intervento del Cardinale Zuppi sul Referendum appare neutro solo in superficie: tra richiami istituzionali e silenzi, emerge una scelta politica precisa.
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C’è un confine sottile, ma decisivo, tra l’invito alla partecipazione democratica e l’interferenza politica. Un confine che, in questi giorni, la Chiesa italiana sembra attraversare con crescente disinvoltura. Le parole del cardinale Matteo Zuppi sul Referendum sulla giustizia vengono presentate come un richiamo alto, quasi pastorale, all’equilibrio dei poteri e alla consapevolezza del voto. Ma a leggerle con attenzione, spogliandole dell’incenso istituzionale, il messaggio appare tutt’altro che neutro.
Quando il presidente della Cei richiama l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come “lascito dei costituenti da preservare”, non sta semplicemente ricordando un principio condiviso. Sta implicitamente suggerendo che la riforma sottoposta a Referendum rappresenti una minaccia a quell’equilibrio. E quando invita a non farsi “irretire da logiche parziali”, lascia intendere che il fronte del “Sì” sia portatore di una visione incompleta, se non pericolosa. È un linguaggio allusivo, ma chiarissimo per chi sa leggere tra le righe.
Colpisce, soprattutto, il riferimento alle oltre 500 mila firme raccolte contro la riforma. Un dato politico, non morale. Un argomento da campagna referendaria, non da riflessione spirituale. Richiamarlo in quel contesto significa prendere posizione, anche senza pronunciare mai la parola “No”. È una scelta che pesa, perché arriva da una delle massime autorità religiose del Paese, in una fase delicata del confronto democratico.
Il paradosso è evidente: mentre una parte della Chiesa, con Ruini, ha apertamente sostenuto il “Sì”, un’altra sembra muoversi in direzione opposta, alimentando divisioni interne e confusione esterna. Il risultato è una Cei che appare sempre meno arbitro morale e sempre più attore politico, coinvolta in una partita che non le appartiene.
La laicità dello Stato non è un dettaglio costituzionale da citare a convenienza. È una garanzia per tutti, credenti e non. E proprio chi richiama l’equilibrio dei poteri dovrebbe evitare di incrinarlo, usando il peso della propria autorevolezza per orientare il voto su una riforma complessa e legittimamente discussa. Perché quando la tonaca entra nell’urna, a perdere non è solo la politica. È la credibilità delle istituzioni, tutte.
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