La riforma proposta dal governo è forse mal congegnata.
Ha ragione chi sostiene che un Carabiniere, o un poliziotto, che spara ferendo o uccidendo un ladro non deve essere indagato.
Ma è altrettanto sbagliato sostenere che non debba esistere un percorso differenziato per chi esercita professionalmente l’uso legittimo della forza.
Il fatto che un agente venga coinvolto in un’indagine quando usa un’arma non è in discussione. È ovvio che servano accertamenti: perizie balistiche, ricostruzioni, verifiche. Ma il punto non è se indagare, bensì come farlo.
Nei paesi anglosassoni non esiste il cosiddetto atto dovuto dell’iscrizione nel registro degli indagati.
Si apre una indagine coordinata dal Procuratore che si assume la responsabilità dell’azione penale perché è carica elettiva.
Da noi basta un concorso e se lo passi sei magistrato a vita indipendentemente dalle tue effettive capacità e dalla tua responsabilità e intelligenza.
È così che si creano situazioni paradossali in cui chi agisce a tutela della collettività deve provare il proprio buon diritto e non il contrario come logica vorrebbe.
Sarà un processo lungo per accelerarlo bisognerebbe lasciar scorrazzare i malviventi nei quartieri bene delle città, non solo in periferia.
Vedremmo immediatamente invocare l’esercito
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