Il ritorno di D’Alema
Rovinò l’Ulivo ma è sempre lì, mai in panchina.
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Ogni tanto Massimo D’Alema riappare nel dibattito pubblico, come una cometa politica dal periodo irregolare ma inevitabile. E ogni volta il Paese si divide tra chi lo considera un monumento della sinistra e chi vede in lui l’immagine stessa di una stagione che non vuole più finire. Non serve simpatia né disprezzo per riconoscerlo: D’Alema è uno di quei personaggi che hanno segnato un’epoca e che, proprio per questo, continuano a proiettare ombre lunghe sul presente.
Il problema non è che D’Alema abbia ancora qualcosa da dire — in fondo chiunque può intervenire nel dibattito pubblico — ma che spesso il suo ritorno rischia di spostare la discussione politica dalla sostanza all’archeologia. Ogni parola che pronuncia riattiva automaticamente antichi rancori, vecchie faide, memorie di scissioni e strategia dell’Ulivo. È come se la sinistra italiana, non avendo ancora risolto i propri dilemmi identitari, tornasse ciclicamente al punto di partenza: gli anni Novanta, il riformismo incompiuto, il mito e il rimpianto del centrosinistra che fu.
A ciò si aggiunge un dato di costume: D’Alema divide, affascina, irrita. È colto, tagliente, a volte tronfio, spesso sferzante. Per alcuni è politica allo stato puro; per altri, l’incarnazione di quel distacco intellettuale che ha contribuito a staccare la sinistra dai suoi mondi sociali. In ogni caso, la sua presenza non lascia mai indifferenti. Ed è proprio per questo che i media lo cercano ancora: è un personaggio che fa rumore anche solo stando fermo.
Il tema, però, resta l’Italia di oggi. Un Paese che avrebbe bisogno di guardare avanti, non di riavvolgere il nastro. Di discutere di futuro, non di ripassare decenni di tattiche, leadership bruciate e geometrie parlamentari ormai fossilizzate. D’Alema, con il suo bagaglio di storia e polemiche, appartiene a un’altra fase politica: una fase che può essere studiata, criticata, perfino rivalutata, ma che difficilmente può offrire soluzioni ai problemi attuali.
Se ogni sua comparsa diventa un ritorno al passato, forse il vero interrogativo non riguarda lui, ma noi: perché continuiamo a cercare nel repertorio di ieri ciò che non troviamo negli attori di oggi? Forse la risposta è semplice: perché la politica contemporanea, spesso povera di visione e di profondità, fatica a proporre figure capaci di catalizzare l’attenzione senza ricorrere ai ricordi.
D’Alema non ha più ruoli istituzionali né responsabilità dirette. Ma continua a muovere curiosità, critiche, nostalgie e fastidi. Un fenomeno interessante, certo. Ma anche il segno di un sistema politico che, per superare davvero i fantasmi del Novecento, dovrebbe finalmente imparare a produrre protagonisti nuovi, senza sentirsi obbligato a richiamare sempre quelli vecchi.
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