Anno: XXVIII - Numero 4    
Giovedì 8 Gennaio 2026 ore 13:15
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Dal Venezuela all’Artico Trump alza il tiro.

Dai raid in Venezuela alle mire sull’Artico, Washington rispolvera la logica imperiale che spaventa alleati e mondo.

Dal Venezuela all’Artico Trump alza il tiro.

C’è un filo rosso che lega Caracas ai ghiacci dell’Artico, ed è un filo che inquieta. Non è solo la geografia a unire il Venezuela e la Groenlandia nel racconto di queste ore, ma una visione del mondo che riporta indietro le lancette della storia: quella in cui la forza militare, l’interesse strategico e la volontà del più forte diventano strumenti legittimi per ridisegnare confini e destini. Donald Trump, all’indomani dei raid su Caracas e della cattura di Nicolás Maduro, ha riaperto il capitolo Groenlandia con parole che suonano come una minaccia diretta non solo a Copenaghen, ma all’intero sistema di alleanze occidentali.

Il messaggio è semplice e brutale: gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia. Non la desiderano, non la negoziano, non la discutono in sedi multilaterali. Ne hanno bisogno, “assolutamente”, per la loro difesa. In questa affermazione si condensa una concezione muscolare della sicurezza, dove la sovranità altrui diventa un dettaglio e le alleanze un optional. Se l’operazione in Venezuela ha già scosso governi e cancellerie, le parole sull’isola autonoma danese aprono uno scenario ancora più destabilizzante: quello di un alleato Nato che si sente parlare come un potenziale bersaglio.

Il contesto rende tutto più allarmante. La Groenlandia non è un territorio conteso in una periferia dimenticata del mondo, ma parte integrante del Regno di Danimarca e quindi dell’Alleanza atlantica. È coperta dalle stesse garanzie di sicurezza che proteggono Washington, Berlino o Parigi. Eppure Trump ne parla come se fosse una pedina scoperta, un vuoto geopolitico da riempire prima che lo facciano altri. Navi russe e cinesi, ripete il presidente Usa, evocando uno spettro che giustificherebbe qualsiasi mossa preventiva. È la logica dell’assedio permanente, dove ogni spazio strategico diventa terreno di conquista per evitare che finisca “nelle mani sbagliate”.

L’ira di Copenaghen è la risposta inevitabile a questa narrazione. La premier Mette Frederiksen ha parlato con toni insolitamente duri per i rapporti transatlantici, definendo “assolutamente insensato” anche solo ipotizzare il controllo americano sulla Groenlandia. Non è una reazione emotiva, ma politica e istituzionale: ricordare agli Stati Uniti che non esiste alcun titolo per annettere un territorio di un alleato, e che la sicurezza dell’Artico è già oggi regolata da accordi bilaterali e Nato. In altre parole, non c’è nessuna emergenza che giustifichi una svolta unilaterale.

Eppure il problema non è solo ciò che Trump dice, ma come e quando lo dice. Le parole arrivano subito dopo un’operazione militare in Venezuela che ha dimostrato, ancora una volta, la disponibilità della Casa Bianca a usare la forza senza un chiaro mandato internazionale. L’idea che Washington “gestirà” il Venezuela a tempo indeterminato e ne sfrutterà le risorse energetiche ha già acceso tutti gli allarmi possibili. Accostare a questo scenario le mire sull’Artico trasforma una crisi regionale in una crisi sistemica: non più un’azione isolata, ma una strategia.

I segnali, del resto, si accumulano. La mappa della Groenlandia colorata a stelle e strisce, postata con un inquietante “presto” da Katie Miller, non è una gaffe folkloristica. È comunicazione politica, ammiccamento simbolico, test di reazione. Così come la nomina di un inviato presidenziale nel territorio danese e le continue dichiarazioni sulla “necessità” di annettere l’isola. Tutto contribuisce a creare un clima di pressione, se non di intimidazione, che mina la fiducia tra alleati.

Per l’Europa, e non solo per la Danimarca, la questione Groenlandia diventa allora un banco di prova. Accettare che un alleato possa parlare apertamente di controllo territoriale significa normalizzare un linguaggio che fino a ieri si attribuiva alle potenze revisioniste. Significa ammettere che la forza può prevalere sul diritto anche all’interno del campo occidentale. È un precedente pericolosissimo, soprattutto in un momento storico segnato da guerre, competizione tra grandi potenze e fragilità degli equilibri globali.

Dopo Caracas, l’Artico. Dopo Maduro, la Groenlandia. La sequenza racconta molto più di una serie di uscite provocatorie. Racconta una visione del mondo in cui l’America di Trump si percepisce come potenza assediata e quindi legittimata a colpire, occupare, prendere. È questa visione, più ancora delle singole minacce, a far tremare alleati e avversari. Perché quando il confine tra difesa e conquista si dissolve, nessun ghiaccio è abbastanza lontano da non poter bruciare.

La portavoce per la politica estera dell’Unione Europea, Anitta Hipper, ha avvertito Donald Trump che “l’Ue continuerà a difendere i principi della sovranità nazionale, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite”. “Si tratta di principi universali e non smetteremo di difenderli”, ha proseguito la portavoce. Inoltre, la portavoce europea ha ribadito che la Groenlandia è “un territorio autonomo del Regno di Danimarca” e che qualsiasi eventuale cambiamento in merito spetterebbe ai groenlandesi e ai danesi deciderlo. “Abbiamo già affrontato questa domanda e non commenteremo colpo su colpo La situazione è che ci aspettiamo che tutti i nostri partner rispettino la sovranità e l’integrità territoriale e si attengano agli impegni internazionali”, ha concluso Hipper.

 

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