Dal foro all’altare, la giustizia in processione
Quando la giustizia fa campagna politica in chiesa, si confondono ruoli, si violano regole e si offende la laicità repubblicana.
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C’è qualcosa che stona, e parecchio, nel vedere magistrati in toga trasformarsi in predicatori itineranti, con tanto di tappe nelle chiese, per orientare il voto su un referendum. Non è solo una questione di gusto o di opportunità: è un problema serio di confini, di ruoli, di rispetto delle istituzioni e – paradossalmente – anche della Chiesa stessa.
Il “giro delle sette chiese” contro la riforma della giustizia sembra una trovata da commedia all’italiana, ma purtroppo è cronaca. Procuratori, pm e giudici che, invece di parlare nelle sedi naturali del dibattito pubblico, scelgono l’altare come palcoscenico. Non per una riflessione alta sul diritto o sulla morale, ma per una campagna referendaria, per quanto prudentemente mascherata da “incontro informativo”. Chiamiamola con il suo nome: politica.
La toga, simbolo di terzietà e imparzialità, entra così in luoghi che dovrebbero restare estranei allo scontro politico. E lo fa sfruttando un’aura – quella del sacro – che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Perché una cosa è discutere di giustizia come valore, altra è indicare, più o meno esplicitamente, come votare. Il confine è sottile, ma qui viene allegramente oltrepassato.
C’è poi un dettaglio che i protagonisti sembrano dimenticare: la Chiesa non è una dependance del dibattito politico, né un amplificatore per campagne referendarie. Il Codice di diritto canonico è chiarissimo su cosa può e non può accadere in un luogo sacro. E se è vero che esistono deroghe, usarle per consentire a magistrati di fare comizi tra l’altare e il pulpito è una forzatura che imbarazza tutti. Credenti compresi.
Il punto, però, va oltre la cornice religiosa. Qui è in gioco la credibilità della magistratura. Una categoria che da anni rivendica – giustamente – indipendenza e autonomia dalla politica, ma che poi scende in campo, compatta, per difendere una posizione corporativa su una riforma che la riguarda direttamente. Farlo è legittimo. Farlo così, no.
Perché quando un magistrato parla, non è mai solo un cittadino che esprime un’opinione. È qualcuno che esercita un potere enorme, che giudica, che decide sulla vita delle persone. Ed è proprio per questo che dovrebbe evitare qualunque iniziativa che possa sembrare pressione, suggestione, uso improprio del proprio ruolo.
Il rischio è evidente: trasformare la giustizia in una parte politica, e la toga in una casacca. E quando succede, a perdere non è solo l’immagine della magistratura, ma la fiducia dei cittadini. Quella fiducia che si costruisce con il rigore, non con l’incenso.
In cabina elettorale, certo, Dio vede tutto. Ma la Repubblica dovrebbe vedere meglio. E intervenire, prima che qualcuno scambi definitivamente il tribunale per una sacrestia.
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