Crans-Montana, la fretta che uccide due volte
Un dossier italiano accusa indifferenza svizzera sulla strage: scene contaminate, porte chiuse, cooperazione gelida, vittime senza risposte e giustizia negata.
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La strage di Capodanno a Crans-Montana non chiede diplomazia, chiede verità. E la verità, quando arriva dai verbali, fa male: scene non cristallizzate, corpi ammassati, fretta cattiva. Peggio ancora, l’irritazione verso chi è venuto da fuori a fare domande legittime, nel nome di quaranta famiglie spezzate.
Non è una gara tra bandiere. È un dovere tra Stati che si dicono civili. La cooperazione non è un favore, è un obbligo morale quando si indaga su morti giovani, su errori possibili, su responsabilità da accertare fino in fondo.
Se davvero qualcuno ha alzato muri, ha sbagliato due volte: sulla scena e dopo. L’Europa della sicurezza si misura nei momenti peggiori, non nei convegni. Qui servono trasparenza, rispetto e tempo—tutto ciò che, secondo il dossier, è mancato.
Alle vittime non basta il cordoglio. Meritano risposte. Subito.
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