Commercialisti e Fisco, prova d’intesa per un dialogo necessario
Dal Congresso Ungdcec emerge l’urgenza di certezza normativa, semplificazione reale e collaborazione stabile per ridefinire ruolo e valore dei professionisti.
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C’è un punto, più di altri, che emerge con chiarezza dal Congresso dei giovani commercialisti: il dialogo tra professionisti e Amministrazione finanziaria non è più una scelta, ma una necessità strutturale del sistema. La “prova d’intesa” evocata a Napoli non è uno slogan, bensì la fotografia di una relazione ancora incompiuta, che deve evolvere per reggere la complessità del presente.
Per troppo tempo il confronto tra Fisco e intermediari è stato segnato da ambiguità: da un lato la richiesta di collaborazione, dall’altro un impianto normativo e operativo che continua a scaricare sugli studi professionali oneri, responsabilità e incertezze. Il risultato è un cortocircuito evidente: si invoca la cooperazione, ma si alimenta la diffidenza.
Il cuore del problema è la certezza del diritto. Non una formula astratta, ma una condizione concreta senza la quale imprese e cittadini non possono pianificare, investire, decidere. Ed è proprio qui che il ruolo del commercialista cambia natura: non più mero esecutore di adempimenti, ma interprete qualificato di un sistema che dovrebbe essere chiaro e invece resta, troppo spesso, opaco.
Le riforme fiscali degli ultimi anni, pur animate da intenti semplificatori, non hanno prodotto – nella percezione quotidiana degli studi – una reale riduzione della complessità. Si continua a lavorare in un contesto frammentato, con scadenze stratificate e adempimenti ridondanti. La digitalizzazione, che pure rappresenta una leva decisiva, rischia di trasformarsi in un acceleratore di inefficienze se non accompagnata da qualità, stabilità e interoperabilità.
In questo scenario si inserisce anche l’intelligenza artificiale, già presente ma non ancora pienamente compresa. Il rischio non è tecnologico, ma culturale: adottare strumenti avanzati senza integrarli in una visione strategica significa perdere un’occasione. Il valore della professione, infatti, non si misura nella velocità dell’elaborazione, ma nella capacità di interpretare i dati e trasformarli in decisioni.
Da qui deriva la vera sfida: riposizionarsi. Aggregazione e specializzazione non sono parole d’ordine, ma condizioni di sopravvivenza in un mercato che non premia più il “tuttofare”. Il commercialista che crea valore è quello che sa offrire competenze distintive, inserite in strutture organizzate e capaci di dialogare con un contesto sempre più multidisciplinare.
Resta, tuttavia, un nodo politico e istituzionale. Se si vuole davvero costruire un rapporto maturo tra professionisti e Amministrazione finanziaria, occorre un cambio di paradigma: meno adempimenti inutili, responsabilità chiaramente delimitate, regole stabili e comprensibili. Solo così il dialogo potrà diventare un’infrastruttura del sistema, e non un esercizio retorico.
La “prova d’intesa” è appena iniziata. Ma perché non resti tale, serve un impegno reciproco: ai professionisti è richiesto di evolvere; alle istituzioni, di mettere i professionisti nelle condizioni di farlo. Solo allora il dialogo smetterà di essere un obiettivo e diventerà, finalmente, un metodo.
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