Bloccare l’Italia per liberare Gaza.
I sindacati di base chiamano l’Italia alla paralisi totale: porti, treni, autostrade. Manca solo la macchinetta del caffè e il telecomando di casa.
C’è chi sogna la rivoluzione e chi si accontenta di bloccare un casello autostradale. In Italia spesso coincidono. Il 22 settembre i sindacati di base chiamano alla “mobilitazione totale”: porti, ferrovie, autostrade, tutto fermo. Manca solo l’ascensore di casa e poi siamo a posto.
L’assemblea di Genova sembrava il trailer di un film apocalittico low budget: “Se serve anticipiamo la mobilitazione! Blocchiamo tutto!”. La platea si scalda, gli altoparlanti in strada diffondono frasi da insurrezione proletaria… e poi il corteo finisce davanti alla sede della compagnia israeliana Zim, perché la rivoluzione senza Google Maps non si trova.
Il messaggio è semplice: fermare l’Italia per cambiare il Medio Oriente. È la sindrome del “se non posso risolvere il problema, almeno creo disagio a chi prende il treno delle 7:45 per andare in fabbrica”. Una logica impeccabile: così Netanyahu, da Gerusalemme, trema al pensiero del casello di Genova Ovest bloccato da una muraglia umana con i tamburi.
Le parole d’ordine sono solenni: genocidio, sanzioni, rottura delle relazioni diplomatiche. Ma lo scenario è farsesco: file di tir bloccati, autisti che imprecano, pendolari che bestemmiano in cinque lingue, e intanto i leader sindacali che si autoproclamano avanguardia rivoluzionaria.
La verità è che il “blocco totale” sembra più una terapia di gruppo che un progetto politico. Un’autocelebrazione in stile “noi siamo i puri, voi tutti complici”. Intanto, il governo gongola: basta un comunicato per apparire come il paladino dell’ordine contro gli “estremisti del traffico”.
In sintesi: lo sciopero generale rischia di diventare il solito teatro in cui la rabbia sociale viene trasformata in sit-in folkloristico. Gaza resterà assediata, l’Italia solo imbottigliata. E la rivoluzione, come sempre, rimandata a data da destinarsi.
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