Referendum, tra gli elettori di sinistra cresce la voglia di Sì
Secondo un sondaggio dell’istituto Noto, il 25% di chi vota Pd è a favore della separazione delle carriere, una percentuale che sale al 35% per i pentastellati. Il 59% a favore della riforma.
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C’è una frattura, nelle intenzioni di voto per il referendum sulla giustizia, che non corre tra maggioranza e opposizione, ma tra i vertici e l’elettorato della sinistra. E al momento fa pesare la bilancia a favore del sì alla riforma. È questo il dato politicamente più interessante che emerge dall’ultimo sondaggio Noto, commissionato da Porta a porta, riguardo alla consultazione del 22 e 23 marzo.
Una fotografia che ribalta la narrazione degli ultimi giorni e smentisce la rilevazione di Ixè diffusa martedì, secondo cui il fronte del no sarebbe in rimonta fino al testa a testa. Secondo Noto, infatti, oggi il 59% degli italiani voterebbe sì alla riforma, contro un 41% orientato per il no. Un trend in crescita, perché lo stesso istituto aveva rilevato i sì al 56% a novembre e al 57% a dicembre.
Ma il dato che pesa davvero nel confronto politico è un altro: tra gli elettori del centrosinistra sono molti di più quelli pronti a votare in dissenso rispetto alla linea dei propri partiti, sostenendo il sì, rispetto agli elettori del centrodestra che intendono bocciare la riforma. Un elemento che ridimensiona l’idea di una mobilitazione compatta del fronte contrario e restituisce un quadro molto più frastagliato, in cui le appartenenze politiche contano meno delle convinzioni sul merito della riforma.
Nel campo progressista la frattura è evidente. Tra gli elettori del Partito democratico il 25% dichiara di votare sì, nonostante la posizione ufficiale del partito sia per il no. Un risultato che risente evidentemente di una divisione che attraversa il mondo dem anche a livello di eletti, e non solo di elettori: nelle scorse settimane, infatti, si sono moltiplicate le iniziative e le prese di posizione a favore del sì di esponenti storici della sinistra riformista, in primis il costituzionalista ed ex-parlamentare Stefano Ceccanti.
Nell’area liberale-riformista la percentuale per il sì è altissima: tra gli elettori di Italia viva e Casa riformista i favorevoli alla riforma arrivano al 69%, mentre in Italia Viva il sì è al 69%. D’altra parte, Matteo Renzi, pur essendosi più volte in passato espresso a favore della separazione delle carriere, ha detto che farà endorsement a ridosso del voto, mentre Carlo Calenda ha già detto di votare a favore.
Più interessante la situazione tra gli elettori del Movimento 5 Stelle, formalmente schierato contro la riforma, dove ben il 35 per cento degli elettori si è detto pronto a confermare la legge Nordio. Numeri che segnalano una difficoltà strutturale del campo largo a trasformare l’indicazione dei vertici in un orientamento elettorale omogeneo. Monolitici gli elettori di centrodestra: Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega quasi totalmente allineato al sì, con percentuali che oscillano tra il 97 e il 98%. Un aspetto che spiega perché, nonostante una campagna meno polarizzata, il fronte favorevole parta oggi in vantaggio e appaia più solido nelle sue basi.
Il sondaggio Noto ridimensiona così anche la lettura proposta da Ixè, che parlava di un recupero dei contrari fino al 49,9%. In quel caso, però, la rimonta del no appariva legata soprattutto a una platea ancora incerta e a una stima di affluenza relativamente alta. Noto fotografa invece una situazione più prudente: solo il 45% degli italiani oggi dichiara con certezza che andrà a votare, mentre il 49% afferma che resterà a casa e il 6% è indeciso. Una forbice che rende l’esito fortemente dipendente dalla capacità dei comitati di mobilitare elettori motivati e politicamente consapevoli.
Il tema della partecipazione diventa quindi centrale. L’elevata conoscenza dell’appuntamento referendario non si traduce automaticamente in disponibilità al voto, e il rischio astensione continua a pesare come variabile decisiva. In questo contesto, il voto in dissenso assume un valore ancora più rilevante, perché intercetta una fascia di elettorato attivo e informato, meno incline a seguire indicazioni di appartenenza e più sensibile al contenuto della riforma.
Sul merito della riforma, infine, il consenso resta: il 53% degli intervistati si dice favorevole all’istituzione di due Consigli superiori della magistratura distinti, il 55% approva la composizione per sorteggio degli organi di autogoverno e un altro 55% sostiene la creazione dell’Alta Corte disciplinare. Indicatori che raccontano un’opinione pubblica orientata a sinistra meno ostile alla riforma di quanto lasci intendere il dibattito politico e mediatico. A cinquanta giorni dal voto, dunque, la partita resta aperta. Ma l’idea di una rimonta strutturale del no, almeno per ora, trova più smentite che conferme. E il vero problema, soprattutto per il centrosinistra, sembra essere il dissenso interno più che la forza dell’avversario.
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