Enzo Tortora, Franco Califano e quello che ci deve ancora preoccupare
Solo in questi casi di clamorosi errori giudiziari si è ceduto alle pressioni dell’opinione pubblica? Quante altre volte è accaduto, accade? E il solo fatto di porre e porsi questi interrogativi, non è fonte e motivo di paura?
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Magistrato di lunga esperienza, già capo della Procura della Repubblica di Milano, ai vertici apicali dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, componente del Consiglio Superiore della Magistratura… un più che rispettabile curriculum, quello del dottor Edmondo Bruti Liberati: persona, è da credere, che non solo dica quello che pensa, ma che attentamente pensi e soppesi quello che dice. Invitato da Repubblica a esporre le ragioni che lo inducono a votare No all’ormai prossimo referendum, Bruti Liberati a un certo punto dell’intervista dice: “Il processo Tortora rimane un macigno che non si può dimenticare: giocò la pressione di opinione pubblica nella crociata antidroga cui cedettero i magistrati nella prima fase…”.
Non c’è dubbio che l’affaire Tortora sia un “macigno” nella storia giudiziaria di questo Paese: un micidiale impasto che ha visto agire con la potenza distruttrice di una falange magistrati e giornalisti in terrificante gara a chi più crudelmente indossava i panni dei tonnaroti, una mattanza dove le vittime erano non tonni rossi, ma esseri umani. Si è tuttavia meno ottimisti: che si nutre il fondato timore che di quella vicenda si vada smarrendo memoria: della cosiddetta pubblica opinione e, soprattutto, in quella di chi amministra in nostro nome e conto, la giustizia. Quella barbarie giudiziaria che ha provocato terribili, insanabili, guasti, dovrebbe essere ricordata ad ogni apertura di udienza giudiziaria, come un tempo nella repubblica veneta quella atroce del Fornaretto: ad ammonimento, per elementare, doverosa prudenza nell’emettere giudizi e sentenze.
A suo tempo Leonardo Sciascia pose a tutti noi la cruciale domanda contenuta nella “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni: l’ingiustizia poteva essere veduta dagli stessi che la commettevano. Perché non la videro, non la vollero vedere?
Ci si è chiesto perché un plotone di sedicenti “pentiti” abbia accusato Enzo Tortora, e con lui, non dimentichiamolo, centinaia di altre persone (che poi si è scoperto essere vittime di omonimie, omessi controlli, ecc., ma senza prima risparmiare loro giorni e giorni di carcere e infamanti accuse, indelebile, irrisarcibile esperienza). Giustamente si è dato conto della perversa “alleanza” tra pubblici ministeri e cronisti giudiziari. È stato descritto il calvario e il crucifige patito da Tortora, dalla sua famiglia, dai suoi amici. Il Golgota che ha precocemente portato alla morte Enzo Tortora, vittima di quella bomba che gli hanno fatto esplodere “dentro”… Resta irrisolto l’interrogativo: perché non hanno visto, perché non hanno voluto vedere? La risposta di Bruti Liberati, che nella sua “semplicità” semplicemente sgomenta: “Giocò la pressione di opinione pubblica nella crociata antidroga cui cedettero i magistrati nella prima fase”.
I magistrati dell’affaire Tortora avrebbero ceduto (nella prima fase), alla pressione dell’opinione pubblica nella crociata antidroga? È per questo che il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, ha detto senza ombra di incertezza: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. Per compiacere, o per “cedimento”? Nessun pedinamento, nessuna intercettazione telefonica, nessuna ispezione patrimoniale o bancaria, nessuna verifica per accertare di chi fossero i numeri di telefono trovati su un’agendina, nessuna prova di nessun tipo, perché era sufficiente cedere alla pressione antidroga della pubblica opinione?
L’affaire viene presentato come “colpo decisivo alla camorra” (quella che fa capo a Raffaele Cutolo; l’altra che gli si oppone resta potente, neppure scalfita). Fin da subito presenta tutti i caratteri di confusione e pressapochismo che successivamente balzano a tutti evidenti. Colpisce che sia arrestato sulla base di contorte e contraddittorie deposizioni di criminali incalliti, senza riscontri. Se è uno spacciatore, per di più affiliato alla camorra, cosa di più semplice e non contestabile che pedinarlo e acciuffarlo con le mani nel sacco? Mentre ha con sé la cocaina, mentre la spaccia, mentre è in compagnia dei “cumparielli”? No, lo arrestano all’alba, nella camera di un albergo romano…
Non solo Tortora. Quando l’impianto dell’inchiesta comincia a mostrare le sue crepe, per ulteriormente puntellarla, la procura di Napoli dispone l’arresto del cantante Franco Califano. Lui fa uso, mai nascosto, di cocaina; è amico di un gangster milanese, Francis Turatello. In un suo disco campeggia la foto di un bimbo, è il figlio di Turatello… Facile crederlo colpevole. Peccato che Turatello sia nemico giurato di Cutolo; che sia stato ucciso in carcere dal camorrista cutoliano Pasquale Barra, detto “O’ nimale”: per spregio ha addentato le viscere di Turatello, dopo averlo ucciso. Fa niente, per la procura napoletana tutto fa brodo. Mi scrive: “Sono frastornato e distrutto, perché un uomo non è un diamante, non ha il dovere di essere infrangibile… Ho in testa brutte cose…venitemi a salvare, sono innocente, e non è giusto che muoia, che mi spenga così…”. Califano racconta che le accuse vengono soprattutto da due “pentiti”, Pasquale D’Amico e Melluso. D’Amico poi ritratta. Melluso rincara le accuse. Una fantasia galoppante: Califano, in compagnia di camorristi avrebbe effettuato un viaggio da Castellammare fino al casello di Napoli, a bordo di una Citroen, ma forse era una Maserati, comunque era di sua proprietà. Peccato che Califano in vita sua non abbia mai avuto né una Citroen né una Maserati. Per accertarlo non bisogna essere Sherlock Holmes o Hercule Poirot, ma nessuno lo fa. Gli chiedo: ti sei fatta un’idea di come sei finito in questo tritacarne? “Secondo me hanno fatto una specie di cambio: hanno cominciato con Tortora, però più andavano avanti, più si infognavano, si rendevano conto che il teorema non reggeva, e allora mettono in mezzo me. Come colpevole sono molto più credibile. Altrimenti non si spiega perché vengo arrestato dopo un anno dall’apertura dell’istruttoria. Ma ti pare che questi pentiti si ricordano di me dopo un anno? Ahó, non sono mica Mario Rossi…Califano camorrista te lo ricordi dopo un anno, non lo dici subito? Dopo un anno mi hanno tirato in ballo…”.
Anche per Califano l’imputazione è grave: associazione per delinquere di stampo camorristico, traffico di droga; ci mettono anche detenzione di armi: “Mi trovo camorrista da un giorno all’altro. Una follia. Non conosco nessuno dei miei coimputati o accusatori”. Che mi dici delle accuse di Melluso, dopo aver accusato Tortora racconta di vostri mirabolanti incontri… “Questo Melluso che mi accusa l’ho visto per la prima volta quando hanno organizzato un confronto. Lo guardo e dico: ‘Ma chi è questo, che vuole?’, e lui: ‘Franchino, dì la verità, che è meglio…’. Franchino a me… Dice di avermi consegnato non so quanti chili di “roba” a casa mia, a corso Francia, nel sottoscala di un locale il club 84. Io a corso Francia non ci ho mai abitato, e all’84 non esiste alcun sottoscala. Ma vuoi fare una verifica, prima di mettere uno in galera? Vuoi vedere le carte? Tre pagine di istruttoria, che non stanno né in cielo né in terra…”. Quando finalmente si celebra il processo anche Califano è assolto: estraneo ai fatti che gli sono stati addebitati. Esce a testa alta dal carcere, è vero. Il problema è che ci entri a testa bassa, e passano giorni, mesi, prima che riconoscano di essersi sbagliati…
Tutto questo ambaradan, e ora il dottor Bruti Liberati sostiene che nasce dalla “pressione di opinione pubblica nella crociata antidroga cui cedettero i magistrati nella prima fase”? E il Consiglio Superiore della Magistratura? Come mai, perché ha premiato tutti quei magistrati che hanno “ceduto” alla pressione dell’opinione pubblica, non li ha sanzionati neppure con una modesta censura? E il silenzio dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, come si spiega?
Il 2 maggio 2013 su “Il Venerdì” Carlo Verdelli scrive un articolo dal titolo: “Il martirio di Tortora, il più grande esempio di macelleria giudiziaria, per cui nessuno ha pagato”. Comincia così: “Qualsiasi cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace. La vicenda che l’ha spezzato in due, anche se ormai lontana, non lascia in pace neanche la nostra di coscienza. E non solo per l’enormità del sopruso ai danni di un uomo (che fosse famoso, conta parecchio ma importa pochissimo), arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Cutolo. La cosa che rende impossibile archiviare «il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese» (Giorgio Bocca) è il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo. Anzi, i giudici coinvolti hanno fatto un’ottima carriera e i pentiti, i falsi pentiti, si sono garantiti una serena vecchiaia, e uno di loro, il primo untore, persino il premio della libertà…”.
E infine: il pensiero, il sospetto: solo per l’affaire Tortora si è ceduto alle supposte, citate pressioni dell’opinione pubblica? Quante altre volte è accaduto, accade? E il solo fatto di porre e porsi questi interrogativi, non è fonte e motivo di paura?
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