Il garantismo di Ilaria Salis non può essere a senso unico
L’Europarlamentare mobilita gli avvocati per i fermati, ma tace sugli agenti feriti.
C’è un garantismo che dovrebbe valere per tutti e una solidarietà che, invece, rischia di diventare selettiva. È su questa contraddizione che si misura la polemica politica esplosa dopo gli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre. Da una parte, uomini e donne delle forze dell’ordine feriti durante i disordini; dall’altra, l’intervento di Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, concentrato sulle condizioni delle persone fermate, sui loro diritti e sull’assistenza legale da garantire.
Il problema non è che Salis si preoccupi degli arrestati. In uno Stato di diritto, anche chi è sospettato di avere commesso un reato ha diritto alla difesa, alla presunzione di innocenza e al rispetto delle garanzie previste dalla legge. Non è una concessione della politica, né una gentilezza delle istituzioni: è un principio costituzionale. Ma proprio perché è un principio universale, dovrebbe essere accompagnato da un’altrettanta inequivocabile condanna della violenza e dalla considerazione dovuta a chi quella violenza l’ha subita.
Il 19 ottobre Salis ha pubblicato un messaggio nel quale si è detta preoccupata per le persone fermate e trattenute dopo i fatti di Milano, con particolare riferimento ai minorenni con background migratorio. Ha ricordato che l’eventuale commissione di reati dovrà essere accertata nelle sedi competenti, ha denunciato il rischio di derive autoritarie e ha ringraziato il gruppo legale auto-organizzato che stava offrendo assistenza ai coinvolti. Ha inoltre annunciato di volersi mettere in contatto con le autorità per ottenere informazioni e contribuire a una soluzione della vicenda.
Una posizione chiara. Ma anche una posizione parziale, almeno sul piano della comunicazione pubblica. Nel messaggio non compare un’esplicita solidarietà agli agenti feriti, né una condanna altrettanto esplicita delle aggressioni. La preoccupazione dell’eurodeputata si concentra sui fermati e sulle possibili conseguenze dell’intervento delle forze dell’ordine. Le persone in divisa, invece, restano sullo sfondo.
Eppure, dietro quelle divise ci sono lavoratori che svolgono un servizio pubblico, spesso in condizioni difficili e con rischi concreti per la propria incolumità. Non sono un simbolo astratto della repressione, come non lo sono i manifestanti per definizione. Sono persone. Se vengono aggredite, meritano attenzione e solidarietà indipendentemente dal colore politico di chi le ha affrontate.
I bilanci diffusi dopo le manifestazioni hanno riferito di arresti, denunce e numerosi feriti tra gli appartenenti alle forze dell’ordine. A Milano, una protesta contro il carovita si è trasformata, secondo le cronache, in una giornata segnata da scontri, danneggiamenti e aggressioni. Chi ha commesso violenze dovrà risponderne sulla base delle prove e delle responsabilità individuali. Chi è estraneo ai fatti non deve essere criminalizzato. Sono due facce della stessa legalità, non principi alternativi da scegliere secondo convenienza.
Nel frattempo, sui social sono circolati riferimenti a una rete di assistenza legale per le persone fermate. Alcune testate hanno ricostruito il ruolo di avvocati impegnati nella difesa di attivisti e manifestanti e la diffusione dei loro contatti. Salis ha ringraziato pubblicamente il gruppo di legali. È bene precisare che prestare assistenza a una persona fermata non significa approvarne le eventuali condotte, così come difendere un imputato non equivale a giustificare il reato contestato. L’avvocatura esiste proprio per garantire che la giustizia accerti i fatti e non si trasformi in una resa dei conti.
Ma la questione politica resta. Perché l’attenzione pubblica viene indirizzata con tanta nettezza verso chi è stato fermato, mentre gli operatori feriti non ricevono nel medesimo intervento un riconoscimento altrettanto esplicito? Perché il richiamo allo Stato di diritto viene accompagnato da un’accusa durissima alla destra, definita autoritaria, ma non da una condanna altrettanto netta della violenza di piazza?
Sono domande legittime. Non autorizzano a sostenere che Salis abbia giustificato le aggressioni: nel suo messaggio non lo ha fatto. Ma consentono di contestare una gerarchia delle preoccupazioni che, agli occhi di molti cittadini, appare sbilanciata.
La polemica si è ulteriormente alimentata il 21 ottobre, quando l’eurodeputata ha criticato il nuovo decreto sicurezza, accusando il governo di privilegiare la repressione rispetto alle risposte sociali. Anche su questo terreno il confronto politico è legittimo. Il disagio economico, i salari insufficienti e il deterioramento dei servizi pubblici sono problemi reali che meritano risposte. Ma nessuna emergenza sociale può diventare un alibi per le aggressioni, i saccheggi o la devastazione degli spazi pubblici e delle attività commerciali.
La protesta è un diritto. La violenza non è una sua conseguenza inevitabile, né può essere trasformata in una manifestazione di dissenso da sottrarre al giudizio della legge. E la sicurezza non può essere ridotta a uno slogan di governo, proprio come il garantismo non può diventare una bandiera da sventolare soltanto quando sono coinvolte persone vicine al proprio universo politico.
A un’europarlamentare non si chiede di rinunciare alle proprie battaglie, né di sospendere le garanzie costituzionali per compiacere l’opinione pubblica. Si chiede qualcosa di più semplice e, insieme, di più impegnativo: riconoscere che i diritti non hanno appartenenza politica e che la dignità delle persone non dipende dalla posizione occupata durante uno scontro.
I fermati hanno diritto alla difesa. Gli agenti feriti hanno diritto alla solidarietà. I commercianti danneggiati hanno diritto a non essere dimenticati. I responsabili di eventuali reati hanno il dovere di risponderne, dopo l’accertamento delle responsabilità. Non c’è contraddizione fra queste affermazioni. La contraddizione nasce quando una sola di esse monopolizza il discorso pubblico.
È qui che Ilaria Salis avrebbe potuto offrire un segnale diverso: difendere i diritti dei fermati senza lasciare nell’ombra chi è rimasto ferito; denunciare eventuali abusi senza trasformare ogni intervento delle forze dell’ordine in un sospetto politico; rivendicare lo Stato di diritto senza dimenticare che la legge protegge anche chi indossa una divisa.
Perché il garantismo non è il privilegio di chi finisce dalla parte giusta della barricata. E la solidarietà, se vuole essere credibile, non può fermarsi davanti a una divisa.
Altre Notizie della sezione
Pensioni, il tradimento di Meloni
04 Novembre 2026Le promesse di Fratelli d’Italia si scontrano con la realtà della manovra. E il programma del 2022 parlava chiaro.
Pensioni, il furto continua: il Governo tradisce chi ha lavorato
03 Novembre 2026C'è un punto oltre il quale il risparmio pubblico diventa un abuso di fiducia.
La sanità affonda, il governo conta i miliardi
02 Novembre 2026Il governo rivendica 146,3 miliardi, ma medici e sindacati denunciano assunzioni insufficienti, stipendi inadeguati e servizi senza personale.
