Le toghe troppo autonome sui permessi premio
Il campo largo chiede conto al ministero della Giustizia sul "libera tutti" ai boss: ma l'indipendenza della magistratura non era sacra?...
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Nel racconto catastrofico della Stampa sui presunti permessi facili ai boss manca il punto di vista fondamentale: quello di chi i permessi deve concederli, cioè i magistrati di sorveglianza. Manca quello della Direzione nazionale antimafia, che può dare parere negativo (e nella quasi totalità dei casi lo dà). Mancano i numeri, non solo a supporto della tesi dei 200 presunti boss mafiosi “omaggiati” di un permesso addirittura in sei mesi, ma anche per capire se 200 sia il numero dei permessi o quello dei detenuti: la stessa persona, una volta ottenuto il primo ok, viene normalmente autorizzato le volte successive, salvo motivi ostativi, in base ad un principio stabilito dalla Cassazione.
Insomma, non c’è nulla, solo l’allarme, con l’effetto, forse non voluto, di delegittimare l’intera categoria dei magistrati di sorveglianza. Gli stessi che lavorano sotto organico per gestire una situazione infernale: quella di carceri che scoppiano e che non garantiscono un livello minimo di vivibilità tale da non scadere nelle condizioni degradanti più volte condannate dalla Cedu. Questo il quadro in cui, nei giorni scorsi, una parte del campo largo si è mossa chiedendo conto al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il Partito democratico ha chiesto al Guardasigilli di riferire, Angelo Bonelli, di Avs, ha annunciato un’interrogazione per conoscere il numero dei permessi concessi ai detenuti al 41 bis, le motivazioni dei provvedimenti e le iniziative del governo. Forza Italia, dalla sua, ha annunciato un’indagine conoscitiva, con audizioni del Guardasigilli, dei vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e di rappresentanti della magistratura.
Insomma, quel campo largo che, compattandosi nel fronte del No al Referendum sulla separazione delle carriere, si era schierato senza se e senza ma dalla parte dei magistrati, la cui indipendenza sarebbe stata messa a rischio dalla riforma per colpa dell’inevitabile controllo politico della giustizia, oggi chiede conto di quella stessa indipendenza. Che è esattamente questo: l’esercizio delle funzioni al riparo da ogni forma di condizionamento, pressione o ingerenza esterna ed interna, autonomia di giudizio, quella esercitata ogni volta che un magistrato prende una decisione. Anche se la decisione è concedere un permesso ad un detenuto.
La polemica, come già chiarito, si basa su un falso allarme: non ci sono boss liberi in circolazione grazie ai pericolosi permessi premio previsti da una lettura costituzionalmente orientata delle norme che regolano la vita in carcere. Perché è la Costituzione, definita la più bella del mondo proprio da chi oggi si dice preoccupato, all’articolo 27, a prevedere che i detenuti non siano chiusi a doppia mandata in discariche sociali dalle quali non farli uscire più: lo scopo è proprio quello, farli rientrare in società “rieducati”. Ed i permessi servono anche a quello: a non recidere del tutto il legame con la società, a non trasformare in tortura il carcere.
I boss, poi, stanno al 41 bis, dove i permessi premio sono preclusi. Esiste dunque una doppia morale che inquina il dibattito pubblico, un meccanismo che trasforma la legalità in uno scontro di propaganda e le garanzie costituzionali in una fisarmonica da allungare o restringere a seconda della convenienza politica del momento. Perché la partita securitaria è, senza dubbio, una delle più importanti in vista delle prossime elezioni. Ed è per questo che evocare un problema che non esiste, promettendo di risolverlo, può tornare utile per chi chiede il voto ai cittadini.
Come già documentato da Damiano Aliprandi, i boss destinatari di permessi premio sono stati solo tre. E quando un detenuto considerato ancora legato al clan di appartenenza ottiene un permesso, non solo è per motivi gravissimi, ma ne usufruisce scortato da uomini in divisa che rendono il rischio pari a zero. Le stesse statistiche del ministero danno una percentuale di successo pari al 99,9%: nessuna conseguenza negativa con i permessi. Nessun fatto gravissimo, dunque, così come paventato dal Pd. E nessun aggiramento della legge, dato che sono proprio le norme volute, peraltro, dal governo Meloni e pensate per rendere più complicato concedere benefici ai detenuti a consentire tutto ciò.
Insomma, la paura del Pd è frutto di un racconto alterato che ignora deliberatamente come funziona lo Stato di diritto: un permesso premio non è un colpo di spugna, né una concessione arbitraria, ma un passaggio previsto dall’ordinamento, subordinato a condizioni stringenti e al costante controllo dell’autorità giudiziaria. Ma argomenti come la mafia, anche se evocata a sproposito, e violenza di genere (il caso della giovane palpata a Torino ne è un esempio) mandano in “tilt” un garantismo evidentemente dotato di eccezioni.
Trasformare la fisiologia del sistema penitenziario in un’emergenza di sicurezza pubblica è un’operazione di disinformazione, buona per solleticare la pancia dell’elettorato ed evocare fantasmi. Quella stessa politica che, per anni, si è eretta a difensore del potere giudiziario contro le ingerenze della politica, ricordandoci a reti unificate l’importanza di difendere i giudici e di rispettare la Carta. Com’è possibile che quella stessa Costituzione diventi improvvisamente carta straccia se applicata a casi scomodi o impopolari?
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