Confprofessioni, sessant’anni per guardare al futuro
Le libere professioni chiedono alla politica risposte concrete su disuguaglianze, demografia ed energia.
Sessant’anni non sono soltanto un anniversario da celebrare. Sono un patrimonio di esperienze, battaglie e responsabilità, ma soprattutto un’occasione per capire quale posto debbano occupare le libere professioni nell’Italia che cambia. Il Congresso nazionale di Confprofessioni, in programma a Roma il 22 ottobre, arriva in una stagione nella quale il Paese è chiamato a misurarsi con problemi strutturali che non possono essere affrontati con risposte provvisorie o con la consueta alternanza di promesse e rinvii.
Disuguaglianze, demografia ed energia: la scelta dei tre temi è tutt’altro che rituale. Sono altrettanti fronti sui quali si decide la competitività del sistema economico, la tenuta sociale e la possibilità di garantire opportunità alle nuove generazioni. E le libere professioni, con il loro patrimonio di conoscenze, autonomia e responsabilità, non possono essere considerate semplici spettatrici di queste trasformazioni.
Il primo nodo riguarda le disuguaglianze. Le distanze tra uomini e donne, tra giovani e anziani, tra territori forti e aree marginali continuano a condizionare l’accesso al lavoro, alla formazione e alle opportunità di crescita. Anche il mondo professionale conosce queste contraddizioni: dalla difficoltà dei giovani di costruire percorsi autonomi alla necessità di conciliare attività lavorativa e famiglia, fino alle differenze territoriali che possono penalizzare chi esercita lontano dai grandi centri economici. Parlare di uguaglianza, dunque, significa interrogarsi sulle condizioni concrete che consentono a una persona di diventare professionista e di rimanerlo con dignità e prospettive.
Il secondo tema, quello demografico, è forse il più urgente. L’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle nascite e la crescente domanda di assistenza impongono una revisione profonda delle politiche sociali e del lavoro. La domanda «chi si prenderà cura di chi?» non riguarda soltanto il futuro del welfare: investe direttamente le famiglie, i professionisti chiamati a svolgere anche funzioni di cura e l’intero sistema sanitario e assistenziale. Ignorare questa realtà significa trasferire sulle spalle dei singoli e delle famiglie costi economici e personali sempre più difficili da sostenere.
C’è poi l’energia, terreno sul quale le imprese e gli studi professionali devono fare i conti con costi, investimenti e nuove regole. Il superamento della logica dei bonus temporanei, evocato dal titolo della tavola rotonda, è un’indicazione condivisibile: servono stabilità normativa, prezzi sostenibili e una strategia di lungo periodo. La transizione energetica non può trasformarsi in un percorso a ostacoli per chi lavora e produce, ma deve diventare un’opportunità di innovazione e sviluppo.
La presenza annunciata dei principali leader politici nazionali attribuisce al Congresso un significato che va oltre la celebrazione. Sarà importante capire se il confronto saprà superare le dichiarazioni di circostanza e tradursi in impegni verificabili. La politica ha bisogno delle competenze dei professionisti; questi ultimi, a loro volta, hanno bisogno di istituzioni capaci di riconoscerne il contributo, senza ridurli a una categoria da coinvolgere soltanto nelle occasioni ufficiali.
La presentazione del Manifesto di Confprofessioni dovrà rappresentare il passaggio decisivo della giornata. Un documento programmatico ha valore se indica priorità, individua responsabilità e propone soluzioni concrete. Non basta affermare che le libere professioni sono una risorsa per il Paese: occorre creare le condizioni perché possano investire, innovare, formare giovani e garantire servizi di qualità, in un quadro di regole certe e di equità fiscale e sociale.
A sessant’anni dalla fondazione, Confprofessioni ha dunque l’opportunità di riaffermare la propria funzione: non soltanto rappresentare gli interessi di una componente essenziale del lavoro autonomo, ma contribuire alla costruzione di un’agenda nazionale. Il vero successo del Congresso non si misurerà dal numero delle personalità presenti né dalla solennità degli interventi. Si misurerà dalla capacità di trasformare una storia di rappresentanza in una visione per il futuro.
Perché celebrare sessant’anni significa soprattutto assumersi la responsabilità dei prossimi. E il futuro delle professioni, oggi, non è separabile dal futuro dell’Italia.
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