Anno: XXVIII - Numero 197    
Venerdì 16 Ottobre 2026 ore 13:30
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La trappola delle primarie: la sinistra si divide

Le destre puntano a compattarsi attorno a un leader, mentre le opposizioni rischiano di trasformare la scelta del candidato in una guerra di leadership. La sfida per il campo largo è trovare prima un programma comune, poi una guida condivisa.

La trappola delle primarie: la sinistra si divide

La trappola è servita. E la sinistra rischia di finirci dentro con tutte le scarpe, inseguendo il miraggio delle primarie come se bastasse scegliere un candidato per costruire un’alternativa credibile al governo di Giorgia Meloni. Il rischio è che lo strumento pensato per unire diventi l’ennesimo terreno di scontro tra partiti, ambizioni personali e veti incrociati.

È esattamente ciò che il centrodestra spera di vedere. Una coalizione che, pur tra differenze e tensioni, ha costruito la propria forza sulla capacità di presentarsi agli elettori con una leadership riconoscibile. Dall’altra parte, invece, il cosiddetto campo largo continua a fare i conti con una questione irrisolta: chi deve guidarlo e, soprattutto, a quali condizioni?

Elly Schlein e Giuseppe Conte sono i protagonisti principali di una partita nella quale nessuno sembra disposto a rinunciare preventivamente alle proprie ambizioni. Il Partito democratico rivendica il ruolo di prima forza dell’opposizione; il Movimento 5 Stelle non intende accettare una posizione subordinata. Intorno a loro si muovono le forze centriste, alle prese con il tentativo di ritagliarsi uno spazio autonomo, mentre il confronto sulle alleanze rischia di diventare una disputa permanente.

Le primarie, in questo scenario, possono trasformarsi in un moltiplicatore delle divisioni. Non perché siano uno strumento democratico da demonizzare, ma perché celebrarle senza aver prima chiarito obiettivi, programma e perimetro della coalizione significa mettere il carro davanti ai buoi. Si sceglierebbe il capo prima ancora di aver stabilito che cosa dovrà fare e con chi intenderà governare.

Il problema, infatti, non è soltanto individuare il candidato premier. È capire se le opposizioni condividano una visione sufficientemente solida su economia, lavoro, sanità, politica estera, immigrazione e riforme istituzionali. Su questi temi le differenze tra Pd, M5S e alleati non sono dettagli trascurabili. Possono diventare fratture decisive nel momento in cui si passa dalla propaganda alla responsabilità di governo.

Il centrodestra, naturalmente, non è immune da contraddizioni. Le divergenze tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia esistono e possono riemergere su questioni politiche e strategiche. Ma la competizione interna non ha finora impedito alla coalizione di presentarsi come un blocco riconoscibile. È questo il vantaggio che le opposizioni rischiano di consegnarle: non necessariamente una maggiore unità programmatica, ma una più chiara percezione di chi comanda e di quale alternativa venga proposta.

Per il campo largo la tentazione di affidare tutto alle primarie è forte. Una consultazione aperta potrebbe mobilitare elettori, misurare i rapporti di forza e conferire legittimazione al vincitore. Ma potrebbe anche produrre un perdente deciso a non riconoscere fino in fondo il risultato, alimentare polemiche tra gruppi dirigenti e lasciare sul terreno una coalizione più debole di quella che aveva iniziato la corsa.

Una via d’uscita, però, esiste. Prima di convocare gli elettori, i partiti dovrebbero sottoscrivere un patto politico chiaro: un programma essenziale, regole condivise, impegni verificabili e la garanzia che il risultato della competizione non venga rimesso in discussione il giorno successivo. Solo allora le primarie potrebbero diventare uno strumento utile, anziché un regolamento di conti in diretta.

La vera prova di maturità per Schlein, Conte e gli altri protagonisti non consiste nel dimostrare chi abbia più consenso dentro il proprio partito. Consiste nel capire se siano disposti a rinunciare a una parte delle rispettive pretese per costruire un progetto comune. Perché una coalizione non nasce dalla somma delle ambizioni dei suoi leader, ma dalla capacità di trasformare differenze e interessi in una proposta credibile per il Paese.

La destra può anche sperare che gli avversari si logorino nella guerra delle primarie. Per evitarlo, le opposizioni devono smettere di considerare la leadership il punto di partenza e cominciare a trattarla come il punto di arrivo di un accordo politico. Altrimenti, la consultazione che dovrebbe incoronare il candidato del campo largo rischia di diventare il regalo più prezioso a Meloni: un centrosinistra impegnato a scegliere il proprio capo mentre il centrodestra continua a prepararsi per le elezioni.

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