Noi avvocati baluardo contro il caos.
Aperto ieri all’auditorium della conciliazione, il secondo congresso giuridico forense del lazio, promosso dal Coa di Roma e dall’unione regionale.
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C’è la grande sala dell’auditorium. Ai lati del foyer di via della Conciliazione, i panel monotematici. Ma un filo, al Congresso giuridico forense del Lazio, unisce tutto, ed è la missione dell’avvocato. “Custodire il diritto, governare il cambiamento”, come recita il titolo della due giorni. Che schiude un discorso più ampio, evocato dal presidente del Coa di Roma Alessandro Graziani al termine dell’intervento introduttivo: «Saremo sempre dalla parte di chi è debole, di chi si sente solo e indifeso nella società, di chi è sottopagato, o vede tradito sulla propria pelle lo Stato di diritto».
È così, per il vertice dell’avvocatura capitolina, che la professione forense custodisce i diritti e si prepara a governare il futuro. Perché l’altra idea che sottesa al discorso di Graziani è il destino dell’avvocatura come «baluardo» in un sistema privo di riferimenti. In una deriva che travolge la fiducia nelle istituzioni e che, nella giustizia, soppianta la giurisdizione con l’abuso dell’IA, nella crisi delle democrazie, resta chi per missione, l’avvocato appunto, la democrazia è chiamata a difenderla comunque. Certo non sarà facile, anche per la pervasività dell’algoritmo. Che condiziona il lavoro dell’avvocato.
Il secondo Congresso giuridico forense del Lazio, organizzato, insieme all’Ordine di Roma, da tutti gli altri Coa del distretto, e dunque dall’Unione regionale degli Ordini forensi, prevede, come articolazioni della sessione inaugurale di questa mattina, una serie di panel su diversi specifici argomenti, che danno sostanza al carattere innanzitutto formativo dell’evento. Gli approfondimenti sono ospitati, come detto, nelle sale laterali dell’Auditorium della Conciliazione. Ma stamattina, alcune delle tavole saranno ospitate nella sala grande, a cominciare da “IA e processo civile, lo stato dell’arte e le prospettive di riforma”, coordinato dal presidente dell’Ordine di Viterbo Luigi Sini. Ebbene, proprio l’impatto e l’invadenza della tecnologia predittiva nella giustizia e nella professione legale costituiscono l’emblema di quel caos che gli avvocati, loro meglio di chiunque, saranno chiamati a governare. E non si tratterà di una sfida agevolele, appunto.
Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, suscita un mare di applausi quando scandisce: «Vorremmo poter dire che l’IA non ha cambiato la giurisdizione. Che non se ne fa abuso. Ma purtroppo sappiamo che non è così. Lungo i corridoi dei tribunali, di abuso degli algoritmi predittivi nella redazione degli atti giudiziari, si parla continuamente. Da tempo, come avvocatura, ricordiamo che l’intelligenza artificiale può e deve essere supporto per tutti i saperi, ma non sostituire la persona. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare il verificarsi del contrario. Il destino dei cittadini», avverte Greco, «deve essere rimesso alla valutazione del giudice, non a una macchina che, su base statistica, dice chi ha torto e chi ha ragione». I consensi della platea sono coerenti con il ruolo da protagonista che l’evento degli Ordini del Lazio invoca fin dal programma. La centralità della professione sarà certamente tra le richieste che le rappresentanze forensi rinnoveranno oggi, nella tavola rotonda conclusiva del congresso, dedicata appunto alle “proposte dell’avvocatura”.
Anticipa il presidente dell’Unione regionale David Bacecci: «Vi sono altri due aspetti imprescindibili. Abbiamo assistito negli ultimi anni allo sforzo del ministero nel bandire concorsi e colmare i vuoti d’organico. Ma non basta. Perché anche se si arriverà ad avere in servizio tutti e 10mila i magistrati previsti sulla carta, la pianta organica resta comunque insufficiente rispetto alle nuove esigenze della giustizia. Solleciteremo la politica», spiega Bacecci, «ad accrescere gli organici di almeno il 30 per cento». Ci sono altre esigenze che, per la sostenibilità della professione forense, pure sono importanti, ha continuato il vertice dell’Unione degli Ordini laziali, come «l’individuazione di regole certe e uniformi nella distribuzione degli incarichi agli avvocati: deve fissarle il ministero, non è accettabile, soprattutto per la trasparenza reclamata dai colleghi più giovani, che in ogni ufficio giudiziario i dirigenti impongano la tradizione locale, per così dire».
Del resto il tono degli interventi resta improntato al dialogo innanzitutto da parte dei magistrati come dell’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmeri Sandulli. Del clima e del livello del confronto, Graziani non esita a dirsi «pienamente soddisfatto: è un successo di partecipazione», e infatti, come rilevato anche da Bacecci, gli avvocati iscritti sono 1500, «e di qualità del confronto», rivendica il vertice del Coa di Roma. Un congresso giuridico forense è innanzitutto un grande evento formativo, ma il carattere politico della due giorni romana è chiarissimo e riconoscibile. Il primo presidente della Cassazione Pasquale D’Ascola insiste sulla necessità del «confronto e del dialogo, in cui magistrati e avvocati devano impegnarsi a superare le divergenze per assicurare ai cittadini il miglior servizio giustizia possibile». D’Ascola interpreta con una sfumatura costituzionale il titolo del Congresso: «Insieme, dobbiamo custodire il diritto per governare il cambiamento». Perché certo, solo se le basi della democrazia reggeranno, si potrà assicurare continuità allo Stato di diritto.
Alla sinergia fra i coprotagonisti della giurisdizione allude anche il presidente del Tribunale di Roma Lorenzo Pontecorvo, quando ricorda che, nella sfida terribile imposta durante il covid, il suo ufficio «non ce l’avrebbe fatta senza gli avvocati». Sara ancora così, come ricorda Palmeri Sandulli, perché «ora bisogna fare i conti con le sfide tecnologiche, ed è esattamente qui che dobbiamo costruire il futuro, come ha ricordato il presidente Greco». D’altra parte, secondo l’altrettanto applaudito intervento del vicepresidente Csm Fabio Pinelli, «magistratura, avvocatura e accademia, se vogliono governare non solo le esigenze del presente ma anche la giustizia del futuro, dovranno attingere il più possibile anche ad altri saperi e ad altre competenze».
Ma poi il peso della rappresentanza, della difesa dalle paure e dalle incognite da cui il futuro è gravato, sono davvero il fardello degli avvocati. Che intanto se ne fanno carico, come segnala la presidente di Cassa forense Maria Annunziata, «anche con la solidità e la forza del loro sistema previdenziale, grazie al quale assicuriamo una sostenibilità trentennale, in modo da dare certezze anche ai giovani colleghi: è giusto che in un congresso giuridico forense parliamo anche di questo». Domani si parlerà, nella prima delle due sessioni conclusive, anche di riforma forense. Ieri il discorso è stato introdotto dal presidente Greco, che ha invitato a considerare la riforma come lo strumento che «consentirà davvero a noi avvocati di governare il futuro». Con strumenti centrati sulla sostenibilità anche economica e fiscale della professione, dalla monocommittenza ai contratti di rete. Ma innanzitutto con un investimento sulla funzione dell’avvocato che, dice Greco, «riguarda la tutela della libertà. E quando è la libertà a essere in gioco, non sono ammissibili passi indietro».
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