Frena il voto sul ddl antisemitismo in commissione, ma tra 20 giorni va in aula
Il testo mette in difficoltà il Pd. Polemica sui vessilli Hezbollah e Hamas in piazza
Frena in commissione, ma non arretra la maggioranza. Il ddl sull’antisemitismo, già approvato dal Senato e ora all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera, non è stato votato nei tempi previsti: l’avvio delle votazioni è slittato a martedì prossimo. Ma la vera indicazione politica è arrivata dalla conferenza dei capigruppo, che ha fissato per il 2 ottobre l’approdo del provvedimento in Aula. Insomma, poco più di venti giorni per trovare una mediazione, oppure per certificare una spaccatura che rischia di diventare l’ennesima crepa nel campo largo.
Il testo, nato dal compromesso tra Lega e centristi di Italia Viva e sottoscritto al Senato da Massimiliano Romeo e Ivan Scalfarotto, mette soprattutto il Partito democratico davanti a una scelta tutt’altro che semplice. La linea ufficiale dovrebbe restare quella dell’astensione, già adottata a Palazzo Madama, ma al momento del voto a Montecitorio il gruppo dem potrebbe nuovamente dividersi. Da una parte i riformisti, orientati a sostenere il provvedimento; dall’altra la sinistra del partito, intenzionata a votare contro. Una frattura che chiama direttamente in causa Elly Schlein e la sua capacità di tenere insieme anime sempre più distanti.
Il nodo è la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, l’Ihra, che il ddl introduce nell’ordinamento italiano insieme a una serie di esempi. Tra questi figura anche il paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista. È proprio questo passaggio a preoccupare una parte della sinistra, che teme che una norma nata per combattere l’odio antisemita possa finire per comprimere il diritto di critica nei confronti del governo israeliano e delle sue scelte.
Laura Boldrini parla apertamente di una definizione che, dopo quanto accaduto a Gaza, rischierebbe di diventare «pericolosa e ambigua» e di produrre un effetto di censura. La deputata dem invita anche i colleghi del partito, compresi i riformisti favorevoli al testo, a non votare a favore. Una posizione che rende evidente quanto la questione sia diventata politicamente esplosiva per il Pd.
Contrari senza esitazioni sono invece Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Riccardo Ricciardi accusa il centrodestra di utilizzare il provvedimento come «operazione politica» contro le piazze che contestano Israele, mentre Angelo Bonelli sostiene che l’antisemitismo debba essere combattuto con la massima fermezza, ma senza confondere l’odio antiebraico con la critica alle politiche del governo israeliano. Una distinzione che, almeno sul piano dei principi, appare fondamentale: combattere l’antisemitismo non significa mettere al riparo dalla critica qualsiasi governo o qualsiasi scelta politica compiuta dallo Stato di Israele.
Ma proprio le piazze di protesta hanno offerto alla maggioranza un argomento politico difficilmente eludibile. Davanti a Montecitorio si sono ritrovate numerose organizzazioni pro-palestinesi, associazioni, sindacati e rappresentanti della sinistra. Cori per la Palestina, striscioni contro il governo israeliano e contro il ddl hanno accompagnato il presidio. In mezzo alla manifestazione sono però comparsi anche vessilli riconducibili a Hamas e Hezbollah, provocando tensioni tra gli stessi partecipanti. Alcuni manifestanti hanno cercato di farli rimuovere, mentre Maya Issa, leader degli studenti palestinesi, ha invitato tutti a evitare provocazioni e a concentrarsi sulla bandiera palestinese.
La presa di distanza non ha però spento la polemica. Dal centrodestra sono partite accuse pesanti. Giulio Terzi ha definito «vergognose» le bandiere di Hamas ed Hezbollah, mentre Isabella De Monte ha denunciato la presenza, nello stesso presidio, di esponenti della sinistra e sostenitori delle organizzazioni indicate. I capigruppo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, hanno chiesto a Schlein e Giuseppe Conte di rompere con quella che definiscono una deriva estremistica e di condannare le piazze dell’odio.
Ed è qui che il ddl rischia di trasformarsi da semplice provvedimento legislativo in una vera prova politica. Perché una cosa è difendere il diritto di manifestare contro la guerra, contro il governo Netanyahu o contro le operazioni militari israeliane; altra cosa è tollerare, durante quelle manifestazioni, simboli e slogan riconducibili a organizzazioni terroristiche. Le due questioni non possono essere confuse, né utilizzate l’una per cancellare l’altra. La critica politica deve restare libera, ma il contrasto all’antisemitismo e all’apologia della violenza non può diventare una variabile dipendente dalle convenienze della piazza.
Il centrodestra, intanto, non sembra intenzionato a fare marcia indietro. Maurizio Gasparri invita a smontare quella che definisce una campagna di «menzogne» e ribadisce che per Forza Italia la legge deve essere approvata «il prima possibile». Anche il relatore Paolo Emilio Russo assicura che lo slittamento dei lavori non ha motivazioni politiche e che l’obiettivo resta portare in porto il testo approvato dal Senato.
La partita, dunque, è soltanto rinviata. E il 2 ottobre potrebbe diventare il giorno della resa dei conti dentro il Pd. Per Schlein il problema non è soltanto decidere come votare una legge sull’antisemitismo: è impedire che il voto si trasformi nell’ennesima fotografia di un partito sospeso tra la sua componente riformista, che guarda al centro e non esclude il dialogo con la maggioranza sui singoli provvedimenti, e una sinistra che considera il ddl una minaccia al diritto di critica verso Israele.
La maggioranza ha già scelto la strada. Ora tocca all’opposizione dimostrare se esiste davvero una posizione comune. Il 2 ottobre, più che il ddl sull’antisemitismo, rischia di andare in Aula il difficile equilibrio del campo largo.
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