Basta santificare i delinquenti: a Venezia il paradosso del risarcimento
Un borseggiatore muore dopo una fuga e la famiglia presenta un esposto. Legittimo chiedere chiarezza, non trasformare il ladro in vittima della società.
C’è un limite oltre il quale il garantismo rischia di diventare una caricatura della realtà. E la vicenda di Venezia, con la morte di un borseggiatore e la successiva iniziativa dei familiari, impone di interrogarsi proprio su questo limite.
Sorin Marian Postolache, conosciuto come “Mika”, è morto dopo un malore alle Zattere. Poco prima, secondo le ricostruzioni investigative e le testimonianze riportate dalla stampa, avrebbe partecipato a un borseggio ai danni di una coppia di anziani. Nel furto sarebbero stati sottratti anche medicinali salvavita. La dinamica esatta della morte è naturalmente ancora da accertare.
La famiglia ha presentato un esposto alla Procura chiedendo di chiarire che cosa sia accaduto negli ultimi minuti di vita dell’uomo e sollecitando ulteriori accertamenti, compresa l’autopsia. Nell’esposto si parla di un inseguimento; in precedenza era stata riferita anche l’ipotesi di una spinta. Saranno le indagini, le immagini delle telecamere e gli eventuali accertamenti medico-legali a stabilire se qualcuno abbia avuto una responsabilità nella morte.
Ma una cosa è chiedere giustizia. Un’altra è costruire, attorno a questa vicenda, una narrazione nella quale il protagonista diventa improvvisamente una vittima innocente e il problema non è più il borseggio, ma chi ha cercato di fermarlo.
Perché nella discussione pubblica sembra ormai essersi affermato un meccanismo perverso: quando un delinquente viene fermato, inseguito o scoperto, il racconto tende immediatamente a spostarsi sulle sue difficoltà, sulla sua storia personale, sui suoi diritti, sulle possibili responsabilità degli altri.
E le vittime?
Gli anziani derubati?
Il turista che perde portafoglio, documenti, denaro?
E soprattutto: che cosa succede se dentro quel portafoglio ci sono medicinali indispensabili?
La Polizia sta verificando proprio la dinamica del presunto furto e l’eventuale coinvolgimento dell’uomo deceduto. Non esiste dunque ancora una sentenza che consenta di considerare quelle circostanze definitivamente accertate. Ma esiste un principio elementare che non dovrebbe essere cancellato dalla cronaca: chi subisce un furto non deve sentirsi colpevole perché il ladro, durante la fuga, sta male.
Il rischio di una società capovolta
Siamo arrivati al punto in cui anche un’azione di reazione spontanea dei cittadini rischia di essere raccontata esclusivamente dal punto di vista di chi delinque.
La questione del risarcimento, se effettivamente avanzata dai familiari nelle forme che saranno valutate
Se emergerà che l’uomo è morto per un malore legato alle proprie condizioni cardiache, senza che altri abbiano commesso alcun illecito, allora la morte resterà una tragedia, ma non potrà essere trasformata in una fattura da presentare alla società.
Basta con la morale rovesciata
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