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Ceuta, la Spagna alza la voce con Roma e poi chiama Bruxelles

Sánchez accusa reti russe e israeliane e una fantomatica «internazionale dell’ultradestra» di aver alimentato la crisi migratoria di Ceuta.

Ceuta, la Spagna alza la voce con Roma e poi chiama Bruxelles

La Spagna prima fa la voce grossa, punta il dito contro l’Italia e difende a denti stretti la propria gestione della frontiera. Poi, quando a Ceuta la situazione esplode, guarda verso Bruxelles e presenta il conto all’Europa.

È la fotografia, piuttosto impietosa, della crisi migratoria che sta mettendo sotto pressione l’enclave spagnola in Nord Africa. Dopo l’arrivo in massa di circa 80mila migranti dal Marocco alla fine di luglio, a Ceuta ne sarebbero ancora presenti tra 5 e 10mila, secondo quanto riferito dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Una situazione che Madrid evidentemente non riesce più a governare da sola.

E allora arriva la richiesta all’Unione europea: serve Frontex.

Il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha chiesto il sostegno dell’Europa per rafforzare i controlli alla frontiera e, soprattutto, per identificare i migranti ancora presenti nell’enclave. Madrid considera ormai l’intervento dell’agenzia europea “essenziale” per stabilire chi abbia diritto all’assistenza, chi possa chiedere asilo, chi necessiti di protezione e chi, invece, debba essere espulso.

Tutto ragionevole. Anzi, doveroso.

Ma viene spontanea una domanda: quando l’Italia chiedeva controlli, collaborazione europea e maggiore attenzione alle frontiere, dove era la Spagna?

Perché nelle ultime settimane Madrid non aveva certo mostrato particolare entusiasmo davanti alle decisioni italiane. Roma ha sospeso temporaneamente Schengen con la Spagna proprio sulla base di una situazione considerata eccezionale: decine di migliaia di persone entrate senza che fosse possibile conoscere immediatamente identità e profili.

Piantedosi lo ha ribadito con chiarezza: non c’era alcuna volontà di scontro con il governo spagnolo, ma semplicemente la necessità di ripristinare i controlli alla frontiera.

Una misura che, vista oggi da Ceuta, appare decisamente meno “scandalosa” di quanto qualcuno volesse far credere.

La realtà è che la frontiera europea non può essere rigorosa quando conviene e permeabile quando il problema riguarda qualcun altro.

Ceuta è diventata il laboratorio perfetto di questa contraddizione. Prima l’orgoglio nazionale, la difesa della sovranità, il messaggio muscolare. Poi le proteste dei residenti, la tensione sociale, gli scontri con la polizia, i migranti accampati sulla spiaggia e persino manifestanti che tentano di impedire ai mezzi della Croce Rossa di portare cibo.

E infine, quando il problema diventa troppo grande, arriva Bruxelles.

“Europa, pensaci tu”.

È difficile non cogliere l’ironia.

Perché l’Europa dovrebbe certamente aiutare la Spagna. Frontex esiste anche per questo. Ma l’assistenza europea non può diventare una sorta di assicurazione contro le conseguenze delle politiche nazionali.

La questione vera, infatti, non è soltanto quante persone siano rimaste a Ceuta. È capire chi controlla davvero le frontiere esterne dell’Unione europea e secondo quali regole.

Se ogni Stato pretende di essere sovrano quando deve respingere le critiche e immediatamente europeo quando deve affrontare le conseguenze, allora il problema non è soltanto migratorio. È politico.

E qui l’Italia avrebbe tutto il diritto di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

Perché mentre Roma veniva accusata di rigidità, Madrid oggi chiede esattamente ciò che l’Italia sostiene da tempo: controlli, identificazione, selezione dei flussi, verifica delle richieste di protezione e rimpatrio di chi non ha diritto a restare.

Insomma, la lezione di Ceuta è semplice e perfino beffarda: prima Madrid strilla contro Roma, poi scopre che Roma aveva ragione a controllare le frontiere.

Adesso tocca a Bruxelles intervenire.

Ma sarebbe utile che, insieme a Frontex, arrivasse anche un po’ di memoria politica.

 

 

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