Ranucci, il trapezista senza rete
Tra provocazioni, inchieste e polemiche, il conduttore di Report continua a camminare sul filo. Ma ogni equilibrio ha un limite.
C’è una frase, apparentemente detta con la leggerezza di un’ipotesi, che può trasformarsi in un caso politico. E Sigfrido Ranucci, in questi anni, sembra aver imparato a vivere proprio lì: sul filo sottile che separa l’inchiesta dalla provocazione, il giornalismo militante da quello d’assalto, la libertà di parola dalla responsabilità di chi quella parola la esercita davanti a milioni di telespettatori.
Non a caso il suo spettacolo teatrale si intitola Diario di un trapezista. Una definizione che oggi gli calza addosso più di quanto forse lo stesso Ranucci immaginasse.
Perché il trapezista vola alto, sfida il vuoto, conquista l’applauso. Ma c’è un dettaglio che non può dimenticare: più si sale, più una caduta può fare rumore.
La frase su Totò Riina — la disponibilità ipotetica a sedersi a cena con il capo dei capi — ha acceso la miccia. Raoul Russo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione parlamentare Antimafia, ha parlato di parole «inaccettabili», chiedendo sostanzialmente a Ranucci un esame di coscienza e delle scuse alle famiglie delle vittime della mafia.
Antonio Baldelli ha aggiunto un altro elemento alla polemica: la presunta doppia morale. Da una parte, sostiene il deputato di Fratelli d’Italia, Report avrebbe contribuito a mettere sotto i riflettori una fotografia di Giorgia Meloni con Gioacchino Amico; dall’altra Ranucci rivendicherebbe il diritto di incontrare e parlare con chiunque, persino — sul piano puramente ipotetico — con Totò Riina.
Ed è qui che la questione si fa interessante.
Perché un giornalista ha certamente il diritto, e spesso perfino il dovere, di parlare con tutti. Con i santi e con i peccatori, con i potenti e con i criminali. Altrimenti molte grandi inchieste non sarebbero mai state realizzate. Intervistare, incontrare, ascoltare non significa condividere. E nessuno dovrebbe fingere di non saperlo.
Ma una cosa è incontrare un mafioso per raccontarlo. Un’altra è usare una battuta, un paradosso o una provocazione senza considerare il peso che certe parole possono avere.
Totò Riina non è un personaggio da salotto. È il simbolo di una stagione di sangue, di stragi, di magistrati e servitori dello Stato assassinati, di famiglie distrutte. Quando si pronuncia quel nome, soprattutto in pubblico, la leggerezza rischia di diventare un lusso che non ci si può permettere.
Eppure sarebbe troppo facile trasformare questa vicenda nell’ennesimo processo politico a Ranucci.
Il vero problema è un altro: Report è diventata negli anni molto più di una trasmissione televisiva. È diventata un soggetto politico-mediatico, nel senso più ampio del termine. Ogni sua inchiesta produce reazioni, ricorsi, querele, interrogazioni parlamentari. Ogni parola del suo conduttore viene passata al microscopio.
Ranucci lo sa benissimo. E proprio per questo non può chiedere agli altri quella libertà interpretativa che, quando le telecamere di Report sono puntate su politici, imprenditori o uomini delle istituzioni, la trasmissione spesso non concede con altrettanta generosità.
Questo è il punto della contestazione di Baldelli. Non tanto il diritto di Ranucci a parlare con chi vuole, quanto il criterio con cui si giudicano le relazioni degli altri.
Un selfie può essere un indizio? Una fotografia può raccontare una vicinanza? Una cena può essere soltanto una cena? Dipende. Ma allora le regole devono essere uguali per tutti.
Non si può trasformare un’immagine in una prova di colpevolezza quando riguarda un avversario e poi invocare la complessità quando il riflettore si gira verso se stessi.
Ranucci, però, non sembra intenzionato a scendere dal trapezio. Anzi. A Cerveteri ha rivendicato il suo legame con la Rai e il desiderio di continuare a guidare Report, difendendo una squadra che considera ormai pienamente formata e capace di affrontare il futuro senza dover necessariamente ricorrere a figure esterne.
È un messaggio che va oltre la polemica su Riina.
Il conduttore sta parlando anche del domani della trasmissione e, indirettamente, del proprio. Dopo anni di scontri, attacchi, minacce e tensioni politiche, Ranucci rivendica il diritto a restare. A continuare. A non essere accompagnato alla porta.
Ma anche qui il trapezista dovrebbe ricordare una vecchia regola del circo: il pubblico ama chi sfida il vuoto, ma non applaude per sempre soltanto perché qualcuno è riuscito a non cadere.
Alla fine contano gli spettacoli. E nel giornalismo contano le inchieste, i fatti, le prove, la correttezza.
Ranucci ha costruito attorno a sé un personaggio potente, riconoscibile, divisivo. Per alcuni è uno degli ultimi veri giornalisti d’inchiesta della Rai. Per altri è diventato il simbolo di un modo di fare televisione che si sente autorizzato a giudicare tutti, ma mal sopporta di essere giudicato.
Probabilmente la verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Il problema non è che Ranucci faccia il trapezista. Il problema nasce quando il trapezista comincia a credere che il filo sia suo, che il pubblico debba sempre applaudire e che chiunque osi criticare l’esercizio sia necessariamente un nemico della libertà.
La libertà di stampa non si discute. Il diritto di fare inchieste nemmeno.
Ma la libertà non è un salvacondotto. E il giornalismo non è una zona franca.
Chi sale sul trapezio deve accettare il rischio. Anche quello delle critiche. Anche quello di una frase sbagliata. Anche quello, qualche volta, di dover riconoscere di aver esagerato.
Perché stare in equilibrio è difficile.
Ma è ancora più difficile continuare a farlo quando si è convinti di non poter cadere.
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