Anno: XXVIII - Numero 159    
Mercoledì 25 Agosto 2026 ore 13:30
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1400 giorni, la stabilità sprecata?

Dopo quasi quattro anni di governo, Meloni rivendica la durata. Ma molte promesse restano incompiute e i nodi strutturali sono ancora lì.

1400 giorni, la stabilità sprecata?

Millequattrocento giorni sono un tempo enorme nella politica italiana. Abbastanza per cambiare un Paese, o almeno per imprimere una direzione riconoscibile alle sue grandi questioni. Il governo di Giorgia Meloni ha avuto ciò che molti dei suoi predecessori non hanno mai avuto: stabilità, una maggioranza parlamentare solida e un’opposizione spesso incapace di trasformare le proprie divisioni in un’alternativa credibile.

Ed è proprio per questo che, dopo 1400 giorni, il bilancio non può essere liquidato con il solito ritornello della stabilità ritrovata. Governare a lungo non significa automaticamente governare bene. E soprattutto non basta arrivare alla scadenza naturale della legislatura per trasformare la durata in un successo politico.

Il punto è un altro: che cosa è stato fatto di questa stabilità?

Sul fronte dell’immigrazione, uno dei grandi cavalli di battaglia della destra, la promessa di un controllo più efficace dei flussi si è scontrata con la realtà. Gli annunci si sono moltiplicati, così come gli accordi internazionali, i decreti e le polemiche. Ma la pressione migratoria continua a rappresentare un problema per le strutture di accoglienza e per molti territori. Il tema è rimasto centrale nel dibattito politico, ma la distanza tra la semplificazione della propaganda e la complessità della gestione quotidiana è apparsa evidente.

Anche sull’economia il giudizio richiede qualche prudenza. L’Italia ha attraversato una fase di crescita e ha beneficiato, come altri Paesi europei, della spinta degli investimenti e delle risorse legate al Pnrr. Ma una crescita sostenuta e duratura non si costruisce soltanto con la congiuntura favorevole o con i fondi europei. Restano aperti i grandi problemi italiani: produttività stagnante, salari che faticano a recuperare potere d’acquisto, declino demografico, difficoltà delle imprese a trovare personale qualificato e un Mezzogiorno ancora troppo dipendente dalla spesa pubblica.

Il vero interrogativo riguarda però le riforme.

In quasi quattro anni di governo, alcune delle grandi trasformazioni annunciate sono rimaste impantanate tra rinvii, mediazioni e contrasti interni alla maggioranza. Il premierato, presentato come la madre di tutte le riforme, non è diventato il pilastro della nuova architettura istituzionale promessa agli elettori. L’autonomia differenziata ha incontrato ostacoli politici e istituzionali. La riforma della giustizia continua il suo percorso, ma resta terreno di scontro. Altre questioni decisive – dalla pubblica amministrazione alla sanità, dalle pensioni al fisco – sono state affrontate con interventi parziali, spesso condizionati dalle emergenze e dai vincoli di bilancio.

E qui emerge la principale contraddizione dell’esecutivo Meloni.

La prudenza può essere una virtù, soprattutto in una fase internazionale segnata da guerre, tensioni geopolitiche e incertezza economica. Ma quando la prudenza diventa il metodo permanente di governo, il rischio è che si trasformi in immobilismo. Si rinvia la scelta difficile, si cerca la mediazione, si evita lo scontro dentro la maggioranza e, alla fine, il problema resta sul tavolo.

Il debito pubblico è l’esempio più evidente. Non si tratta di una responsabilità nata con questo governo, naturalmente. È un fardello accumulato da decenni. Ma proprio per questo sarebbe servita una strategia capace di guardare oltre la durata della legislatura. Ogni rinvio significa trasferire il costo delle scelte mancate sulle generazioni future.

Lo stesso vale per i servizi pubblici. La sanità continua a fare i conti con liste d’attesa, carenza di personale e forti differenze territoriali. La scuola e l’università restano alle prese con problemi strutturali. Il sistema previdenziale attende da anni una riforma organica, mentre il declino demografico rende sempre più difficile immaginare come reggerà l’equilibrio tra lavoratori e pensionati.

Giorgia Meloni può rivendicare un risultato che nella Seconda Repubblica non è affatto scontato: aver dato continuità all’azione di governo e aver evitato quelle crisi di palazzo che hanno spesso paralizzato l’Italia. È un merito politico, e sarebbe sbagliato negarlo.

Ma la stabilità è un mezzo, non un fine.

Avere 1400 giorni a disposizione e limitarsi a gestire l’esistente non può essere considerato sufficiente. La vera domanda che il governo dovrebbe porsi è se, alla fine della legislatura, l’Italia sarà davvero un Paese più forte, più moderno e più capace di affrontare il futuro rispetto al giorno dell’insediamento.

Finora la risposta resta incerta.

Il governo Meloni ha dimostrato di saper resistere. Deve ancora dimostrare, fino in fondo, di aver saputo trasformare quella resistenza in cambiamento. Perché la stabilità, quando non produce riforme e risultati, rischia di diventare soltanto una lunga attesa.

 

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