Anno: XXVIII - Numero 156    
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ADDIO AL TECNICO, NASCE IL CONSULENTE STRATEGICO

L’Intelligenza artificiale può liberare tempo e competenze: il futuro della categoria passa dalla consulenza strategica e dal valore aggiunto.

ADDIO AL TECNICO, NASCE IL CONSULENTE STRATEGICO

Il futuro del commercialista non è fare più velocemente ciò che ha sempre fatto. È, piuttosto, smettere di essere schiacciato dalla parte più ripetitiva del proprio lavoro per tornare a esercitare fino in fondo la propria funzione professionale. È questa, in fondo, la fotografia che emerge dall’indagine realizzata da Fiscozen su 1.118 commercialisti italiani: una categoria che avverte tutto il peso della burocrazia, lamenta di essere sottovalutata, fatica ad attrarre i giovani, ma allo stesso tempo vede davanti a sé una possibilità concreta di trasformazione.

Oggi quasi quattro commercialisti su dieci, il 37%, si identificano soprattutto come tecnici esperti in materia fiscale. Un altro 30% si percepisce prevalentemente come intermediario tra contribuente e Stato o come gestore di adempimenti. È l’immagine tradizionale della professione: necessaria, altamente specializzata, ma sempre più appesantita da scadenze, procedure, controlli e complessità normative. Non sorprende, dunque, che il 60% degli intervistati ritenga che negli ultimi cinque anni il proprio lavoro sia diventato più complesso e burocratico.

Il dato più significativo, però, non riguarda il presente ma il futuro. Tra cinque anni il 50% dei commercialisti immagina di svolgere soprattutto il ruolo di consulente strategico, mentre appena il 7% pensa di restare prevalentemente un tecnico. È un cambio di paradigma che merita attenzione. Perché significa che la categoria non intende abbandonare le proprie competenze fiscali e contabili, ma vuole sottrarle alla dimensione puramente esecutiva per utilizzarle come base di una consulenza più ampia.

Il commercialista del futuro non sarà semplicemente colui che calcola quanto il cliente deve pagare al fisco. Dovrà essere sempre di più il professionista capace di leggere i numeri, interpretare gli scenari, prevenire i rischi, individuare opportunità e accompagnare imprese e professionisti nelle scelte più delicate. Pianificazione fiscale e societaria, controllo di gestione, analisi dei dati, organizzazione aziendale e supporto alle decisioni possono diventare il nuovo terreno sul quale si misurerà il valore della professione.

Ma la trasformazione non sarà automatica. L’86% degli intervistati ritiene infatti che il valore della categoria sia ancora sottovalutato. E questa percezione ha conseguenze dirette anche sul ricambio generazionale. Il 23% dei commercialisti afferma che non consiglierebbe questa carriera a un giovane laureato, soprattutto per il peso delle responsabilità e per compensi iniziali che non sempre appaiono proporzionati all’impegno richiesto. Se una professione altamente qualificata viene percepita come una corsa permanente tra adempimenti e scadenze, è inevitabile che perda attrattività.

Qui entra in gioco l’Intelligenza artificiale. Non come sostituto del commercialista, ma come possibile strumento di liberazione dal lavoro meno qualificante. Ricerca normativa, elaborazione di grandi quantità di dati, controlli, verifiche e attività ripetitive potranno essere sempre più automatizzati. Il punto, però, sarà capire che cosa fare del tempo recuperato. Se verrà semplicemente riempito con nuovi adempimenti, nulla cambierà. Se invece sarà investito nella relazione con il cliente, nell’analisi e nella consulenza, allora l’IA potrà davvero rappresentare una svolta.

La tecnologia, dunque, non cancella il professionista: ne alza l’asticella. Conoscere la norma resterà indispensabile, ma non basterà più. La differenza sarà nella capacità di interpretarla e tradurla in soluzioni comprensibili e utili. Accanto alle competenze tecniche crescerà il peso delle soft skills: ascolto, comunicazione, empatia, capacità di costruire fiducia. Perché un algoritmo può elaborare dati, ma non può sostituire fino in fondo il giudizio professionale né assumersi la responsabilità di una scelta strategica.

Un’altra indicazione interessante arriva dal tema della specializzazione. Il 44% degli intervistati considera la verticalizzazione in nicchie ad alto valore la principale leva competitiva dei prossimi anni. Anche il modello del professionista isolato, chiamato a sapere tutto e a fare tutto, appare sempre meno sostenibile. Fare rete, condividere competenze e costruire collaborazioni può consentire ai commercialisti di affrontare una realtà normativa ed economica sempre più complessa senza rinunciare alla qualità.

La vera sfida, allora, non è difendere il commercialista di ieri. È costruire quello di domani. Ma per farlo occorre anche un cambiamento del sistema: meno burocrazia inutile, procedure più semplici, tecnologie realmente integrate e un mercato capace di riconoscere economicamente il valore della consulenza.

Il rischio è evidente. Se la professione continuerà a essere valutata soprattutto per la quantità di adempimenti che riesce a gestire, la tecnologia finirà per essere percepita come una minaccia. Se invece il commercialista riuscirà a spostare il proprio baricentro dalla compilazione alla consulenza, dall’esecuzione all’interpretazione, dal documento alla decisione, allora l’Intelligenza artificiale potrà diventare il suo più potente alleato.

Il futuro della categoria, insomma, non è diventare meno commercialisti. È diventare finalmente consulenti strategici.

 

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