Anno: XXVIII - Numero 154    
Martedì 18 Agosto 2026 ore 13:30
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MEDICI ESAUSTI, IL SISTEMA SANITARIO VACILLA

Turni massacranti, carenze di personale e aggressioni mettono a rischio operatori, cure e futuro del Servizio sanitario nazionale.

MEDICI ESAUSTI, IL SISTEMA SANITARIO VACILLA

Il burnout dei professionisti sanitari non può più essere considerato un problema individuale. È il sintomo di una crisi organizzativa che attraversa il Servizio sanitario nazionale e che rischia di produrre conseguenze sempre più pesanti sulla qualità e sulla sicurezza delle cure.

A lanciare l’allarme è Gianluca Giuliano, segretario nazionale Ugl Salute, commentando i dati riportati da un recente approfondimento di Alley Oop – Il Sole 24 Ore sul burnout e sul divario di genere nella sanità.

Secondo i dati citati da Giuliano, un professionista sanitario su tre in Europa presenta sintomi di depressione o ansia e uno su dieci ha avuto pensieri suicidari. In Italia, inoltre, il 52% dei medici dichiara di essere in burnout. Numeri che, secondo il sindacalista, impongono una risposta immediata e strutturale.

«Non possiamo pensare di affrontare questa emergenza invitando semplicemente i lavoratori a essere più resilienti», sostiene Giuliano. Il burnout, infatti, è strettamente collegato alle condizioni di lavoro: organici insufficienti, turni prolungati, carichi eccessivi, aggressioni, pressione burocratica e difficoltà nella conciliazione tra vita professionale e privata.

Il problema parte dalla disponibilità di personale. Secondo i dati richiamati dall’Ugl Salute, in Italia mancherebbero circa 30mila medici e 60mila infermieri, mentre per molti professionisti l’orario di lavoro supera le 60 ore settimanali.

È un circolo vizioso: meno personale significa più turni e maggiori carichi individuali; carichi più pesanti significano maggiore stress e maggiore rischio di burnout; il burnout, a sua volta, può spingere i professionisti a ridurre l’attività o ad abbandonare il sistema.

Il problema non è soltanto italiano. L’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa ha lanciato nel febbraio 2026 un allarme sulla carenza di infermieri, sottolineando il legame tra insufficienza degli organici, aumento dello stress, peggioramento della salute mentale e rischio per la sicurezza dei pazienti. L’Oms stima inoltre che nella Regione europea potrebbe esserci una carenza di quasi un milione di operatori sanitari entro il 2030.

Il dato più delicato riguarda le conseguenze sui cittadini. Secondo i numeri citati dall’Ugl Salute, il burnout può aumentare fino al 57% la probabilità di errore.

Il tema, quindi, non è soltanto il benessere psicofisico di medici e infermieri. Quando chi deve curare lavora in condizioni di pressione permanente, la fatica può trasformarsi in un problema di sicurezza per l’intero sistema.

L’Oms conferma proprio questo nesso: livelli insufficienti di personale infermieristico aumentano i rischi per i pazienti e, contemporaneamente, stress, infortuni e problemi di salute mentale tra gli operatori.

A rendere ancora più pesante il quadro c’è la violenza contro il personale sanitario. Nel 2025 sono state registrate 17.956 aggressioni a operatori sanitari e sociosanitari, secondo la relazione dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie. Gli operatori coinvolti sono stati 23.367, contro circa 22mila nel 2024.

Le aggressioni sono state soprattutto verbali: il 69% contro il 25% di quelle fisiche. Gli infermieri rappresentano il 55% delle segnalazioni, i medici il 16% e gli operatori sociosanitari l’11%. Le donne risultano le più colpite, con una quota superiore al 60% nella maggior parte delle Regioni. I luoghi maggiormente esposti sono gli ospedali, in particolare Pronto Soccorso, Servizi psichiatrici di diagnosi e cura e aree di degenza.

Il dato è particolarmente significativo perché le aggressioni diventano un ulteriore fattore di stress per professionisti già sottoposti a turni pesanti e organici insufficienti.

C’è poi la questione del divario di genere. Oltre il 56% degli iscritti alle facoltà di Medicina è donna e quasi il 70% del personale del Servizio sanitario nazionale è costituito da donne. Eppure, secondo i dati citati da Giuliano, soltanto il 19% ricopre una direzione di struttura complessa.

Una distanza che diventa ancora più evidente osservando il peso delle aggressioni e delle responsabilità familiari.

Le donne subiscono circa i due terzi delle aggressioni rivolte al personale sanitario e, secondo l’indagine richiamata dall’Ugl, le molestie sessuali riguarderebbero il 30% delle professioniste contro il 4% degli uomini.

A questo si aggiunge il lavoro di cura familiare, che continua a gravare in misura significativa sulle donne. Per molte professioniste lo stress dei turni e delle responsabilità cliniche si somma quindi a quello derivante dalla gestione della famiglia.

È questo il punto politico della vicenda. Il burnout non può essere affrontato semplicemente chiedendo ai singoli professionisti di sopportare meglio la pressione.

«Serve una programmazione seria del fabbisogno di personale, una revisione dei carichi e degli orari di lavoro, maggiore sicurezza nei luoghi di cura e strumenti concreti per favorire la conciliazione tra vita e lavoro», chiede Giuliano.

Anche il Ministero della Salute ha aggiornato la Raccomandazione per la prevenzione della violenza contro gli operatori, prevedendo misure come il supporto psicologico ai dipendenti aggrediti, una maggiore cultura della segnalazione, sistemi di allarme, videosorveglianza e, nelle strutture più esposte, anche body-cam e possibili presidi di polizia.

La sfida, dunque, è duplice: difendere chi lavora nella sanità e, nello stesso tempo, proteggere chi nella sanità cerca una risposta ai propri bisogni di salute.

«Non basta celebrare ogni giorno il valore dei nostri professionisti sanitari: bisogna creare le condizioni perché possano svolgere il proprio lavoro senza essere logorati da un sistema in sofferenza», conclude Giuliano.

È una questione che riguarda l’intero Paese. Perché un Servizio sanitario nazionale può resistere alla carenza di risorse per un certo periodo, ma difficilmente può reggere a lungo se a essere consumate sono proprio le persone che ogni giorno lo tengono in piedi.

 

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