Anno: XXVIII - Numero 153    
Lunedì 17 Agosto 2026 ore 13:30
Resta aggiornato:

Home » Campo largo, Pd sempre più a pezzi

Campo largo, Pd sempre più a pezzi

Scontro sul riarmo, leadership contestata e alleanza fragile: l'opposizione appare senza una linea comune.

Campo largo, Pd sempre più a pezzi

Il Partito democratico continua a raccontarsi come il perno naturale dell’alternativa al governo Meloni. Ma i fatti, ancora una volta, descrivono una realtà profondamente diversa. La clamorosa lite esplosa sul documento comune con Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra sulla difesa europea e sul riarmo non è un incidente di percorso: è la fotografia di un partito diviso, privo di una sintesi politica e sempre più ostaggio delle contraddizioni del cosiddetto campo largo.

Le parole pronunciate da Lorenzo Guerini non sono quelle di un semplice dirigente scontento. Sono l’atto d’accusa di una parte consistente del Pd contro una linea politica che considera incompatibile con la cultura di governo del partito. Quando un ex ministro della Difesa arriva a definire una risoluzione “invotabile”, significa che il dissenso ha superato il confine della normale dialettica interna per trasformarsi in una vera crisi identitaria.

La spiegazione offerta da Peppe Provenzano — “Conte aveva mandato un testo ancora peggiore, abbiamo fatto il possibile” — anziché rassicurare, aggrava il quadro. È una giustificazione che trasmette l’idea di un Pd costretto a negoziare al ribasso con Giuseppe Conte, rinunciando progressivamente alla propria autonomia politica pur di mantenere in vita un’alleanza sempre più fragile.

Ancora più significativa è la denuncia di Lia Quartapelle. Non si limita a contestare il contenuto della risoluzione: mette sotto accusa il metodo. Un metodo che, a suo giudizio, vede il Movimento 5 Stelle dettare l’agenda, restringere il perimetro della coalizione ed emarginare le componenti riformiste e liberali del centrosinistra. Una critica che colpisce il cuore del progetto unitario e apre interrogativi destinati a pesare nei prossimi mesi.

Il tema della difesa europea rappresenta oggi uno spartiacque politico. Non è una questione tecnica né un semplice capitolo di bilancio. È la misura della collocazione internazionale dell’Italia e della credibilità europea delle forze politiche. Da una parte vi sono coloro che ritengono inevitabile rafforzare la capacità di difesa comune dell’Unione, soprattutto dopo la guerra in Ucraina e le nuove tensioni geopolitiche. Dall’altra c’è una posizione che continua a guardare con sospetto ogni incremento delle spese militari, spesso sovrapponendo pacifismo e neutralismo.

Il Pd prova a stare contemporaneamente su entrambi i fronti. Ma questa ambiguità rischia di renderlo poco credibile con entrambi gli elettorati. I riformisti vedono una pericolosa deriva verso il populismo grillino; l’ala più radicale considera ancora troppo timida la leadership di Schlein. Il risultato è un equilibrio instabile che produce continue fratture.

Nel frattempo Giuseppe Conte osserva e incassa. Ogni arretramento del Pd amplia il suo spazio politico. Ogni compromesso rafforza la percezione che sia il leader pentastellato a fissare i limiti dell’alleanza. Non è un caso che persino nel Transatlantico di Montecitorio qualcuno abbia sintetizzato la situazione con una frase destinata a lasciare il segno: “Conte vuole mangiarsi il Pd in un solo boccone”. Un’immagine brutale, ma efficace.

Anche il gelo personale tra Schlein e Conte racconta molto. I due leader continuano a inseguire una convergenza tattica senza aver mai costruito una vera sintonia politica. Si presentano come alleati quando serve contrastare il governo, ma divergono sulla politica estera, sulla difesa, sui rapporti con l’Europa e persino sul metodo di costruzione della coalizione. Le differenze vengono continuamente rinviate, mai risolte.

Il vero problema, tuttavia, è che un’alternativa di governo non può nascere soltanto dalla somma delle opposizioni. Serve una visione condivisa del Paese, una linea coerente sulle grandi questioni internazionali, un equilibrio tra culture politiche diverse. Oggi tutto questo non c’è.

Il “campo largo” rischia così di trasformarsi in un contenitore sempre più stretto, attraversato da veti reciproci, diffidenze personali e continui compromessi al ribasso. Prima ancora di convincere gli elettori, il centrosinistra dovrebbe convincere se stesso di sapere dove vuole andare.

La maggioranza di governo può certamente essere criticata su molti fronti. Ma l’opposizione non diventa automaticamente credibile per il semplice fatto di essere alternativa. La credibilità si costruisce con chiarezza, coerenza e leadership. E proprio su questi tre pilastri il Partito democratico sta mostrando le crepe più profonde.

Finché continuerà a oscillare tra la propria tradizione riformista e le convenienze tattiche imposte dall’alleanza con il Movimento 5 Stelle, il Pd rischierà di perdere entrambe le partite: quella dell’identità e quella del governo. E un’opposizione che non sa decidere quale sia la propria linea difficilmente potrà convincere gli italiani di essere pronta a guidare il Paese.

 

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter!Ricevi gli aggiornamenti settimanali delle notizie più importanti tra cui: articoli, video, eventi, corsi di formazione e libri inerenti la tua professione.

ISCRIVITI

Altre Notizie della sezione

Archivio sezione

Commenti


×

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.