Anno: XXVIII - Numero 152    
Mercoledì 5 Agosto 2026 ore 13:30
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La riforma della Pubblica Amministrazione può attendere.

A confronto il Prof. Cassese e il Ministro Zangrillo.

La riforma della Pubblica Amministrazione può attendere.

Idee a confronto sulla Pubblica Amministrazione tra il Professore Sabino Cassese e il Ministro Paolo Zangrillo per dire, dalle colonne del Corriere della Sera, che l’Amministrazione da anni richiede “una riforma radicale”, come ha detto, parlando agli industriali, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, perché “è un servizio che non funziona” e, per questo, costa alle imprese ogni anno tra 57,2 e 80 miliardi”, come ha calcolato il Ministro per le riforme istituzionali. Un costo che diventa di 225 miliardi per famiglie e imprese se teniamo conto dei “ritardi nell’erogazione di prestazioni amministrative”. Una confessione grave a quattro anni dall’assunzione delle responsabilità di governo. Infatti l’ex ministro (Cassese ha ricoperto l’incarico di ministro per la funzione pubblica nel Governo Ciampi) e il ministro attuale non hanno potuto dire nulla di più concreto. Solo enunciazioni di principio. L’uno, il professore, teorico ma inascoltato, e l’altro, il politico, del quale sono note solamente attività manageriali in imprese private, a dire come dovrebbe essere un’amministrazione moderna oggi che per Cassese che scrive il 28 luglio (“Burocrazia ardua da riformare”), è caratterizzata “da un eccesso di giuristi, carenza di economisti ed esperti di finanza e di organizzazione, di tecnici, di ingegneri, di ragionieri”. E l’altro, Zangrillo, che sciorina i dati delle assunzioni: 640 mila tra il 2023 e il 2025; e annuncia che sono in programma altre, 200 mila, 250 mila nel 2026. Più “un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni” sicché “la Pubblica amministrazione rappresenta una reale opportunità di impiego”, che offre percorsi di crescita professionale.

Un linguaggio da vigilia elettorale, dai toni “trionfalistici”, scrive Cassese, cui “fanno riscontro il malessere dei dipendenti pubblici, misurato dalla crescita dei loro ricorsi ai tribunali, triplicati negli anni dal 2021 al 2025, e la sofferenza del mondo industriale, che propone di estendere il regime della Zona economica speciale (Zes) a tutto il territorio nazionale, “per ridurre burocrazia e incertezza negli investimenti”. Insomma, “stanno male quelli che lavorano per lo Stato e sono scontenti quelli che ne sono gli utenti”.

“Il governo ne è consapevole”, come abbiamo sentito dalle parole della Presidente Meloni agli industriali. E questo è grave. L’opposizione che diventa maggioranza e assume le responsabilità di governo non aveva evidentemente idea di quel che si dovesse fare. Un predecessore di Giorgia Meloni che io richiamo spesso, Camillo di Cavour, da ministro e poi da Presidente del Consiglio in primo luogo si era preoccupato della funzionalità dell’amministrazione che avrebbe dovuto programmare, progettare, gestire e controllare la realizzazione di grandi opere pubbliche previste dal programma di governo. E così, con la legge n. 1483 del 23 marzo del 1853, raggiunge due obiettivi fondamentali, abbandonare il modello organizzativo misto per aziende e per ministeri; coordinare le attività amministrative in modo da renderla non solo rapida ma soprattutto interamente controllabile dal governo. Per ammodernare il Regno Cavour deve disporre di un’amministrazione che operi con celerità, ma anche nel segno della legalità, dell’efficienza e dell’economicità, un’esigenza che compendia in una celebre frase: “è assoluta necessità di concentrare il controllo preventivo e consuntivo in un magistrato inamovibile”. La frase è scolpita nel basamento della statua al grande statista nel cortile della sede centrale della Corte dei conti. Legalità significa anche evitare contenziosi. Qualcuno forse avrebbe dovuto ricordarlo a Giorgia Melopni quando l’on. Foti presentò la proposta di legge “di riforma” della magistratura contabile complicando l’esercizio del controllo e riducendo l’efficacia dei procedimenti in materia di danno erariale, quelli diretti al risarcimento del danno da sprechi di denaro pubblico.

Anche Mario Draghi aveva esordito richiamando Cavour, del quale poi si era dimenticato nel corso della gestione del suo governo, probabilmente perché, preso dalla quotidianità degli impegni e condizionato dalle richieste dei partiti, attenti più ai risultati del momento che alle prospettive di più lungo periodo, come quelle offerte da una riforma degli apparati di governo.

Cassese riconosce al Ministro “il merito di avere finalmente firmato in tempo i rinnovi contrattuali e di avere ripristinato la norma sui limiti delle valutazioni massime”. Si poteva fare prima. Si fa adesso in vista delle elezioni. Ma lo critica per le prospettate assunzioni in massa senza considerare che il numero degli addetti deve tener conto della diminuzione del numero dei “clienti”, gli utenti dei servizi pubblici, in ragione della denatalità e suggerisce meno dipendenti per consentire “risparmi che potrebbero andare anche ad aumentare le retribuzioni di chi vi lavora”. Non affronta il problema del “capitale intellettuale”.

Insomma per Cassese il Ministro propone “cure palliative”, in particolare per la dirigenza “chiudendo in parte la porta che era aperta all’esterno dal concorso” per promuovere chi è ben visto dal capo. Ne abbiamo scritto nei giorni scorsi. È la politica che vuole “reclutare” col sistema della vicinanza al capo che è, a sua volta, una creatura della politica, grazie alle nomine disposte con l’art. 19, comma 6, del decreto 165/2001 che, insieme a qualche bravo ha “promosso” gli amici di partito e gli amici degli amici. Alcuni nominati dopo essere stati bocciati al concorso a dirigente.

Tutto conferma che per riforma amministrativa s’intende la riforma del personale, che certamente è importante quanto al miglioramento delle condizioni di lavoro ma dovrebbe riguardare in primo luogo l’organizzazione degli uffici e le procedure. Su quel versante Cassese denuncia modelli organizzativi ottocenteschi e procedure “labirintiche”. Anche la cultura amministrativa “è rimasta ferma a criteri ottocenteschi”, nonostante per la “riforma della pubblica amministrazione” esista una apposita struttura governativa, oggi dipartimento della Presidenza del Consiglio, che mai è riuscita a frenare gli egoismi delle singole amministrazioni ostili ad ogni riforma.

È mancato un Cavour. L’unica riforma è stata la soppressione del Ministero della marina mercantile, fuso con quello delle infrastrutture, mentre si proponeva l’istituzione del Ministero del mare, un’idea troppo intelligente perché la politica ne percepisse l’importanza in un Paese che è un promontorio sul Mediterraneo e da sempre la porta dell’Europa sul medio e l’estremo oriente.

Alle critiche di Cassese Zangrillo ovviamente non ci sta. Chi è mai il Professore che pretende di insegnargli di P.A.? “L’analisi dell’emerito professore  – scrive nella sua lettera al direttore del Corriere della Sera il 29 luglio (“Come cambia la Pubblica amministrazione.”) – è ambiziosa nei contenuti e siccome non mi ci ritrovo quasi per niente sento l’urgenza di restituire dignità al lavoro che, insieme alla mia squadra, sto realizzando”. E riprende il tema delle assunzioni senza alcun riferimento alle esigenze reali, alle attribuzioni degli apparati e alle procedure. Perché il numero e la qualità degli addetti dipendente inevitabilmente da quel che devono fare e da come lo devono fare nell’epoca della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale.

Attendevamo che il Ministro esibisse la riduzione “delle fasi concorsuali”, che corrisponde ad una riduzione delle prove d’esame, una scelta di dubbia efficacia, tanto è vero che è venuto all’attenzione della politica il “timore della firma”, esibito come ragione della revisione dei controlli e delle responsabilità. Un autentico autogol, la cartina di tornasole del livello modesto di parte della dirigenza pubblica.

Anche la ricorrente, comune al Professore ed al Ministro, doglianza quanto alla “sovrabbondanza di competenze giuridiche a discapito di profili Stem” dimostra che s’ignora che la P.A. ha certamente più competenze giuridiche che attengono alla applicazioni di leggi e regolamenti dei quali abbondano le decisioni governative.

La conclusione del politico è che “bisogna essere capaci di presentarci come una organizzazione attrattiva, in grado di soddisfare le aspettative di chi — soprattutto le nuove generazioni — ambisce ad un luogo di lavoro che sappia valorizzare le capacità e i talenti di ciascuno”. Bisognerebbe che qualcuno spiegasse al ministro che non è una novità, che nei paesi nei quali servire lo stato è un onore che impegna vanno i migliori delle famiglie. Regno Unito, Francia, Germania selezionano i migliori attraverso scuole di amministrazione come l’École nationale d’administration (ENA) e prestigiosi licei, come Eton. Scuole per pochi che licenzia alti dirigenti pubblici e privati e personalità di governo.

Zangrillo lavora “per trasformare i nostri dirigenti in veri e propri leader rendendoli consapevoli che la loro responsabilità non si esaurisce nel disporre di competenze tecniche adeguate ma piuttosto sta nel “saper essere” dei civil servant capaci di costruire una visione e fare affezionare i propri collaboratori all’idea che la vera e unica missione è saper realizzare quella stessa visione”. Un tempo era così, c’era un’aspettativa di carriera che comportava impegno di studio e di lavoro, poi la politica ha condizionato le nomine e negli anni i talenti sono stati spesso attratti dal privato e si è formata una “massa di scontenti”, come scrive il Professor Cassese alla quale sarà difficile restituire “l’orgoglio” del ruolo se la promozione deve dipendere esclusivamente dal giudizio del Capo.

Per il Ministro “stiamo passando da una gestione per adempimenti burocratici a una per obiettivi”, frase fatta intrinsecamente vuota di senso perché l’indirizzo politico amministrativo ha sempre dato corpo alle politiche pubbliche.

Anche l’esibizione di 500 procedure semplificate sotto la spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza non è stata percepita dagli utenti, cittadini ed imprese.

A smentire il Ministro la stessa Presidente del Consiglio che all’assemblea di Confindustria ha ammesso che la P.A. abbisogna di “una riforma radicale”, perché “è un servizio che non funziona”.

 

 

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