Anno: XXVIII - Numero 150    
Lunedì 3 Agosto 2026 ore 13:30
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Le pareti dell’UE hanno tremato

Domani vertice del Consiglio Ue dopo la lettera dei 22 leader europei presieduto dal ministro irlandese della Giustizia e delle Migrazioni, Jim O'Callaghan.

Le pareti dell’UE hanno tremato

L’assalto di oltre 50.000 migranti alla frontiera di Ceuta rappresenta uno degli episodi più clamorosi della storia recente delle migrazioni verso l’Europa. In appena quarantotto ore una massa di persone equivalente a circa il 70% della popolazione della città autonoma spagnola è riuscita a raggiungere il territorio europeo attraversando il tratto di mare del Tarajal, mettendo in crisi un sistema di controllo ritenuto fino a quel momento tra i più efficaci del Mediterraneo. Il giorno successivo è stato quello del difficile ritorno alla normalità. Le autorità spagnole hanno schierato migliaia di militari per ristabilire l’ordine mentre, secondo i dati diffusi dalla polizia, oltre 48.000 migranti hanno intrapreso volontariamente la strada del rientro in Marocco. Nelle ore serali il flusso di uscita procedeva a un ritmo impressionante, stimato in circa 150 persone al minuto. Una velocità che fotografa la straordinarietà dell’evento, ma che non cancella il significato politico di quanto accaduto.

L’emergenza ha assunto immediatamente una dimensione istituzionale. Il premier spagnolo Pedro Sánchez si è recato personalmente a Ceuta per ribadire che l’integrità territoriale della Spagna non è negoziabile. Nel suo intervento ha attribuito la responsabilità della crisi ai trafficanti di esseri umani, accusandoli di aver illuso migliaia di giovani marocchini e di averli spinti verso un viaggio estremamente pericoloso. La visita del capo del governo, tuttavia, non è stata accolta favorevolmente da tutta la popolazione locale. Fischi e contestazioni hanno accompagnato la sua presenza, segno di un malessere che va ben oltre la gestione dell’emergenza.

A rendere ancora più delicata la vicenda sono le testimonianze raccolte da diversi organi di stampa internazionali. Numerosi giovani arrivati a Ceuta hanno raccontato che le forze di sicurezza marocchine non avrebbero tentato di impedirne il passaggio. Alcuni sostengono addirittura di essere stati indirizzati verso il punto di attraversamento dagli stessi agenti, che avrebbero indicato loro la strada da seguire. Se tali ricostruzioni trovassero piena conferma, il fenomeno assumerebbe una valenza completamente diversa rispetto a quella di una semplice pressione migratoria spontanea. L’ipotesi sarebbe quella di un allentamento deliberato dei controlli da parte delle autorità marocchine, capace di trasformare in poche ore un normale flusso migratorio in una crisi internazionale. La situazione è poi degenerata con violenti scontri sul lato marocchino della frontiera, mentre numerosi giovani hanno sperimentato sulla propria pelle come quella che sembrava una porta aperta verso l’Europa potesse trasformarsi rapidamente in un vicolo cieco.

Quanto accaduto a Ceuta riporta al centro una questione che negli ultimi anni è diventata sempre più evidente nelle relazioni internazionali: i flussi migratori possono essere utilizzati come strumento di pressione politica. La studiosa americana Kelly Greenhill ha definito questo fenomeno “armi di migrazione di massa”, descrivendo il modo in cui alcuni Stati sfruttano la mobilità di grandi gruppi di persone per ottenere concessioni diplomatiche, economiche o politiche da altri Paesi. La cronaca degli ultimi vent’anni offre numerosi esempi. La Libia di Muammar Gheddafi utilizzò più volte la minaccia dell’apertura delle frontiere come leva nei confronti dell’Europa. Dopo la caduta del regime, diverse milizie che controllano porzioni del territorio libico hanno continuato a esercitare forme di pressione analoghe. Anche la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan ha negoziato con l’Unione europea accordi miliardari legati proprio alla gestione dei rifugiati siriani. Più recentemente analoghe accuse sono state rivolte alla Bielorussia, sospettata di favorire il passaggio dei migranti verso i confini orientali dell’Unione europea per esercitare pressione sui Paesi membri.

Per anni si è sostenuto che i flussi migratori fossero un fenomeno inevitabile e impossibile da governare. Gli avvenimenti di Ceuta dimostrano invece che, quando vengono meno o vengono modificati i controlli alle frontiere da parte dei Paesi di transito, gli arrivi possono aumentare improvvisamente fino ad assumere dimensioni eccezionali. Questo non significa negare che migliaia di persone lascino il proprio Paese per fuggire dalla povertà, dall’instabilità o dalla mancanza di prospettive, ma evidenzia come tali movimenti possano essere condizionati, favoriti o strumentalizzati da interessi politici e geopolitici.

L’assalto a Ceuta rappresenta dunque molto più di una crisi di frontiera. È la dimostrazione che l’immigrazione irregolare non è soltanto una questione umanitaria, ma anche un tema di sicurezza internazionale, di politica estera e di rapporti tra Stati. Le vittime principali restano sempre i migranti stessi, spesso giovani convinti di trovare una via d’accesso semplice verso l’Europa e invece trascinati in una spirale di violenza, sfruttamento e illusioni infrante. Per l’Unione europea la sfida consiste nel coniugare il dovere della tutela dei diritti umani con la necessità di impedire che milioni di persone possano essere utilizzate come strumenti di pressione politica. Solo una strategia comune, fondata sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito, sul contrasto ai trafficanti e sul controllo efficace delle frontiere, può evitare che tragedie come quella di Ceuta tornino a ripetersi e che il destino di migliaia di esseri umani continui a essere piegato agli interessi della geopolitica.

 

 SOSPENSIONE DEL TRATTATO DI SHENGEN

Austria          88 volte

Germania     49 volte

Norvegia      46 volte

Francia         32 volte

Italia             18 volte

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