No Tav, l’ambiguità che alimenta gli estremismi
Le violenze riaprono il nodo del rapporto tra antagonisti e una parte dell'opposizione politica.
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Le immagini degli scontri in Val di Susa riportano in primo piano una domanda che accompagna da anni il dibattito pubblico: dove finisce il diritto di manifestare e dove inizia la legittimazione della violenza?
Il corteo No Tav, partito dopo il Festival Alta Felicità, si è concluso con durissimi incidenti nei pressi dei cantieri di Salbertrand, Chiomonte e San Didero. Gruppi di manifestanti hanno affrontato le forze dell’ordine con pietre, bottiglie e bombe carta; la risposta è arrivata con idranti e lacrimogeni. Due mezzi dei carabinieri sono stati incendiati, l’autostrada A32 è stata chiusa e il traffico ferroviario sospeso. Il bilancio giudiziario parla di identificazioni preventive, sequestri di materiale offensivo e dei primi provvedimenti di Daspo urbano e fogli di via.
La cronaca, però, non esaurisce il significato politico di quanto accaduto. Da oltre vent’anni la protesta contro la Torino-Lione convive con una componente antagonista che considera il cantiere non soltanto un’opera da contestare, ma il simbolo dello Stato da colpire. È una distinzione fondamentale: una cosa è il dissenso democratico, altra è l’assalto alle istituzioni e alle forze dell’ordine.
Il punto più controverso riguarda il rapporto tra queste frange radicali e una parte della politica. Nel corso degli anni numerosi esponenti dell’opposizione hanno espresso solidarietà al movimento No Tav, pur prendendo formalmente le distanze dagli episodi di violenza. È proprio questa distinzione che alimenta il dibattito: per i critici, la condanna degli scontri risulta talvolta tardiva o accompagnata da giustificazioni che finiscono per attenuarne la gravità; per altri, invece, sostenere le ragioni di una protesta non significa in alcun modo condividere le azioni dei gruppi violenti.
Resta il fatto che ogni volta lo stesso copione si ripete. Alla manifestazione seguono gli incidenti, alle violenze seguono le condanne, mentre il confronto sul merito dell’opera viene inevitabilmente oscurato dalle immagini della guerriglia. A pagarne il prezzo sono anzitutto i cittadini che manifestano pacificamente e gli stessi territori coinvolti.
Esiste inoltre un elemento che merita attenzione. I movimenti antagonisti contemporanei mostrano spesso una capacità di convergenza su cause molto diverse tra loro: ambientalismo radicale, contestazione delle grandi opere, mobilitazioni contro le istituzioni e altre campagne di protesta possono diventare occasione di collaborazione tra gruppi che, sul piano ideologico, hanno obiettivi differenti. Ciò che li accomuna è soprattutto la contrapposizione alle istituzioni e ai loro simboli, più che una piattaforma politica condivisa.
In una democrazia il dissenso è un diritto costituzionalmente garantito. Ma proprio perché è un diritto, non può essere confuso con la violenza organizzata. Quando vengono incendiate auto delle forze dell’ordine, lanciati ordigni o bloccate infrastrutture strategiche, non si è più nell’ambito della protesta civile ma in quello dell’ordine pubblico e della responsabilità penale.
Per questo la politica è chiamata a un esercizio di chiarezza. Difendere il diritto a manifestare è doveroso; altrettanto doveroso è isolare senza ambiguità chi trasforma una manifestazione in uno scontro con lo Stato. Ogni esitazione rischia di alimentare una zona grigia nella quale i professionisti della violenza trovano spazio per presentarsi come protagonisti di una protesta che, nella sua parte pacifica, meriterebbe ben altro riconoscimento.
Lo Stato, dal canto suo, ha il dovere di garantire contemporaneamente due principi: il diritto dei cittadini a esprimere il proprio dissenso e la tutela della sicurezza pubblica. Mantenere questo equilibrio è difficile, ma rappresenta la misura della solidità di una democrazia matura.
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