Un altro mondo è necessario
La marcia della Generazione Z.
«All’epoca dicevano “un altro mondo è possibile”, oggi credo sia rilevante dire che “un altro mondo è necessario”! E se scendiamo in piazza, è perché crediamo ci sia la possibilità di venircelo a prendere».
Alessandro è arrivato davanti alla Diaz da Torino, dove studia all’università. Di fronte a lui, sotto un sole che non dà tregua, c’è quella scuola che, venticinque anni fa, si è riempita di orrore e dolore. E ha segnato per sempre la democrazia di questo paese, stravolgendo principi costituzionali e umani. Alessandro è come tanti giovani che ieri si sono dati appuntamento qui, per un anticipo di corteo, e che nel 2001 a Genova non c’erano. Non erano ancora nati o erano troppo piccoli per scendere in strada contro i cosiddetti grandi della Terra. Eppure fra loro, l’esigenza di ricordare è palpabile. Ma anche quella di aggiungere una nuova tappa a quel percorso di protesta e di proposta, che interrotto o no, vogliono riprendere in mano. Percorrendolo a modo loro.
«Sono di Genova, è importante essere qui per la mia città, per commemorare ciò che è successo e continuare a farci sentire», dice Maia. Sulla maglietta, un verso della “Canzone del maggio” di Fabrizio De André: «Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti». Letta davanti alla Diaz e alla Pascoli, dove 25 anni fa alloggiava il centro stampa del Genoa Social Forum, anch’essa teatro dell’irruzione delle forze di polizia, vengono in mente coloro che, dopo quei fatti, hanno continuato a vestire la divisa e a ricoprire incarichi. Seppure le aule giudiziarie abbiano attribuito loro responsabilità precise.
Si diceva dell’appuntamento. Alle 14 è previsto davanti ai due istituti il concentramento del cosiddetto “spezzone giovani”. E qui ci sono anche due vittime di quel massacro che fu l’irruzione alla Diaz. Lena Zuhlke e Mark Covell, che con i ragazzi parlano. L’abusata immagine del passaggio di testimone suona ampiamente sterile e riduttiva. Si tratta anche di raccontare, di restituire le emozioni sconvolgenti di quei giorni. «Dopo 25 anni il G8 è ancora un evento rilevante, presente – continua Maia – Lo sentiamo tutti i giorni, non solo in questa città. Io non c’ero, ma la mia famiglia sì, per me è importante trovarmi qui».
È davanti alla Diaz che arriva poi una parte dei manifestanti di Genova Antifascista. Con un camioncino che porta fumogeni e striscioni fra le bandiere della Palestina che già sventolano. E una rossa, con la silhouette bianca di un volto e la scritta “Spartaco vive”. È Spartaco Lavagnini, giornalista e segretario della federazione di Firenze del Partito comunista, ucciso dagli squadristi fascisti nel 1921. Sulla cancellata della Diaz viene appeso un lungo striscione nero, con una scritta rossa: «Don’t clean up the blood». Non pulire il sangue. In via Cesare Battisti arrivano pure alcune bandiere dello Ycp, l’unità di protezione popolare curda.
«Le ragioni dei giovani di allora sono le stesse che portiamo in piazza noi – continua Alessandro – I termini sono cambiati, i soggetti sono mutati, ma l’importanza di scendere in strada e ricordare e continuare resta la stessa. Anche perché oggi i problemi si sono ulteriormente acuiti. Ecco perché, dal mio punto di vista, credo sia giusto dire che un altro mondo è necessario». Quali sono i vostri temi? «Sono uno studente universitario. La condizione del diritto allo studio in Italia è sconfortante, con le ultime riforme e i disegni di legge che si prospettano. I tagli alla ricerca significano un impoverimento importante della società».
Nel 2001, la tutela dell’ambiente era un’istanza molto presente. Oggi è un’urgenza. «I disastri ambientali hanno questa frequenza in Italia e nel pianeta, perché i grandi del mondo, all’epoca quelli del G8, hanno il potere di tenerci lontani da questi temi. Ecco, le modalità per agire devono essere riviste, ma da noi! Dal basso, dal 99 per cento si diceva allora».
Alla fine saranno un migliaio, non solo giovani, a muoversi dalla Diaz alla volta di piazza Alimonda, per unirsi alla manifestazione collettiva. Con accenti di tutta Italia a scandire «Carlo è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai».
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