Ora la riforma va messa alla prova
La legge delega è solo l'inizio: i decreti attuativi diranno se cambierà davvero l'avvocatura italiana.
Dopo oltre dieci anni di discussioni, rinvii e mediazioni, l’avvocatura italiana ha finalmente una nuova legge delega. È un risultato importante, non soltanto per la categoria ma per l’intero sistema della giustizia. Colpisce soprattutto un dato politico ormai raro: una riforma approvata senza voti contrari, con il consenso della maggioranza e di gran parte dell’opposizione. Segno che, quando si affrontano temi di interesse generale, il Parlamento sa ancora trovare un terreno comune.
Ma sarebbe un errore considerare conclusa la partita. Al contrario, quella appena approvata è soltanto la cornice. Il quadro dovrà essere dipinto nei prossimi sei mesi, quando il Governo sarà chiamato a scrivere i decreti legislativi. È lì che si misurerà il vero coraggio della riforma.
Modernizzare l’avvocatura significa affrontare problemi concreti: l’accesso alla professione, la crisi reddituale di migliaia di giovani legali, le nuove forme di esercizio, la concorrenza internazionale, la digitalizzazione della giustizia e l’impatto dell’intelligenza artificiale. Non bastano principi condivisibili se poi le norme attuative finiscono per essere compromessi al ribasso.
Merita attenzione anche il metodo seguito dal Consiglio nazionale forense e dalle associazioni dell’avvocatura, che hanno lavorato insieme per arrivare a un testo condiviso. Sarebbe un errore disperdere questo patrimonio di competenze. Il Governo farebbe bene a partire proprio dalle proposte elaborate dal mondo forense, evitando di riscrivere tutto nei ministeri.
L’obiettivo finale non può essere la tutela corporativa di una categoria. L’avvocato svolge una funzione costituzionale: garantisce il diritto di difesa e, con esso, la qualità della democrazia. Per questo una buona riforma non serve soltanto agli avvocati, ma ai cittadini che ogni giorno chiedono una giustizia più efficiente, accessibile e autorevole.
La politica ha fatto il primo passo. Adesso servono decreti all’altezza delle aspettative. Perché una riforma si giudica dai risultati, non dagli applausi che accompagnano la sua approvazione.
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