L’avvocatura davanti alla sfida dell’intelligenza artificiale
La tecnologia aumenta l’efficienza, ma impone una riflessione urgente su occupazione, previdenza e futuro della professione forense.
L’intelligenza artificiale non rappresenta più una prospettiva futura, ma una realtà che sta trasformando profondamente anche la professione forense. Il legislatore, con la legge n. 132 del 2025, ha stabilito un principio condivisibile: l’IA deve essere uno strumento di supporto e non un sostituto del lavoro intellettuale dell’avvocato. Tuttavia, tra la norma e la realtà si sta aprendo un divario sempre più evidente.
Gli studi legali stanno cambiando rapidamente. La ricerca giurisprudenziale, la predisposizione degli atti, l’analisi documentale e perfino l’organizzazione del lavoro sono ormai affidate, in misura crescente, a piattaforme basate sull’intelligenza artificiale. Parallelamente, il processo telematico e le udienze da remoto hanno modificato radicalmente il modo di esercitare la professione, riducendo la necessità di molte attività tradizionali.
Sarebbe illusorio pensare che tutto ciò non produca effetti sull’occupazione. Così come l’automazione sta incidendo sull’industria e sui call center, anche l’avvocatura vedrà inevitabilmente una riduzione del fabbisogno di professionisti, soprattutto nelle attività più standardizzabili. Non è un giudizio di valore, ma la naturale conseguenza dell’innovazione tecnologica.
Cassa Forense ha opportunamente scelto di accompagnare gli iscritti in questa transizione, favorendo un uso consapevole delle nuove tecnologie. È una scelta lungimirante. Ma accanto all’innovazione occorre affrontare un tema che finora resta quasi assente dal dibattito pubblico: la sostenibilità del sistema previdenziale.
Se diminuirà il numero degli avvocati che versano contributi, mentre aumenterà la produttività garantita dall’intelligenza artificiale, chi finanzierà domani la previdenza forense? È una domanda che riguarda non solo gli avvocati, ma tutte le professioni intellettuali destinate a convivere con sistemi sempre più autonomi.
Nel mondo economico e accademico si discute già dell’introduzione di nuove forme di contribuzione legate al valore prodotto dall’intelligenza artificiale o di specifici prelievi sull’utilizzo commerciale di sistemi che sostituiscono attività umane. Sono ipotesi che meritano attenzione, senza pregiudizi ideologici.
Il vero rischio non è l’intelligenza artificiale. Il vero rischio è continuare a considerarla soltanto un tema tecnologico, quando è già diventata una questione economica, occupazionale e previdenziale. Le istituzioni hanno ancora il tempo per governare il cambiamento. Ignorarlo significherebbe subirlo.
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