Anno: XXVIII - Numero 134    
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Le cose rosse. Sigle e volti di una sinistra che spaventa il campo largo

La contestazione a Napoli di Potere al Popolo inquieta il Pd. Nella sinistra extraparlamentare c'è una galassia di movimenti che potrebbe drenare voti decisivi. Da Di Battista a D'Orsi, da Democrazia sovrana e popolare a Rifondazione. Con la nuova legge elettorale voluta da Meloni, potrebbero rivelarsi un bel problema.

Le cose rosse. Sigle e volti di una sinistra che spaventa il campo largo

Metti un caffè con Alessandro Di Battista. Francesco Toscano, a dire il vero, lo ha già preso. “A inizio giugno a Ponte Milvio – rivela il presidente di Democrazia sovrana e popolare – lui mi ha detto di non aver ancora deciso se candidarsi. Poi abbiamo parlato di politica…”. Nella galassia che si muove a sinistra del campo largo, altri potrebbero gustare un espresso con l’ex grillino. “Finora non ci sono stati. Ma vediamo, confrontiamoci, a patto che si parta dal nostro manifesto di idee”, dicono Marta Collot e Giuliano Granato, portavoci di Potere al popolo. Poi c’è lo storico Angelo d’Orsi, che ha appena lanciato Agorà. E lui di caffè con Di Battista deve averne presi molti, considerata la lunga e consolidata frequentazione. Insomma, intorno ad Alessandro Di Battista e alla sua Schierarsi c’è tutto un mondo che potrebbe coalizzarsi per formare il campo alternativo al centrodestra – e fin qui è scontato – ed alternativo soprattutto al centrosinistra.

Non ci sarà invece Rifondazione Comunista, perché, spiega a Huffpost il segretario Maurizio Acerbo, “la teso social-fascista, per cui si mettono sullo stesso piano Schlein e Meloni, è un grave errore”. I comunisti puntano ad un accordo tecnico-politico con il campo largo per sbarrare la strada all’elezione di un post fascista al Quirinale e a un nuovo esecutivo targato Fratelli d’Italia. “Al congresso abbiamo deciso di costruire un fronte popolare per la Costituzione. È la prima volta in 18 anni che ci alleiamo col Pd. Ma non deve essere ad ogni costo”, dice Acerbo. Ci vuole cioè un accordo politico. Il che implica una “scelta di coraggio” da parte di Pd, Avs e M5s. “Devono accettare i punti salienti del programma di Rifondazione”, dice Acerbo. E cioè, tra le altre cose: abolire i decreti sicurezza, prevedere una patrimoniale per far pagare l’1 per cento in più ai grandi patrimoni, abrogare il jobs act, dire basta al riarmo, ivi compreso il piano di finanziamenti all’Ucraina”. L’alleanza alle politiche non vale sul piano locale. A Napoli e a Milano, per dire, Prc resta all’opposizione del Pd. Auguri.  

Potere al popolo si tiene fuori dal cerchio formato da Schlein-Fratoianni-Bonelli-Conte. Lo si è ben capito mercoledì a Napoli, prima uscita del “blocco” – così chiamano il nucleo duro dell’alleanza di centrosinistra senza i centristi – rovinata dai militanti di Pap. C’era stata una lunga trattativa, il modo in cui è fallita la dice lunga sulla determinazione di Potere al popolo di guastare la festa al centrosinistra. “Noi chiedevamo di salire sul palco. Volevamo sfidarli, far capire alla gente su quali punti Pd e M5s hanno tradito la sinistra e le istanze popolari”, dice a Huffpost Giuliano Granato. Piuttosto comprensibilmente Schlein e compagni, hanno opposto un cortese rifiuto. Lì è partita la contestazione al grido di “buffoni, traditori!”.

Con il centrosinistra la strada di un’alleanza è quanto meno in salita.  “E chi la vuole? Il centrosinistra per anni e anni ha lavorato allo smantellamento dei diritti del lavoro e insegue la destra su sicurezza e immigrazione. Basta pensare all’astro nascente Silvia Salis che chiede più remigrazione”, risponde l’altra portavoce Marta Collot. “Hanno votato l’invio di armi in Ucraina, non mettono in discussione la Nato e hanno impiegato anni per chiamare “genocidio” ciò che accade a Gaza”. Dunque niente alleanza. “Noi, comunque, alle elezioni ci saremo – parla Granato – ci stiamo già preparando perché ci obbligano a raccogliere migliaia di firme su tutto il territorio nazionale. Ma lo faremo”.

Nel 2018 alla prima prova Pap ha raccolto l’1.2 per cento. Nel 2022 con Luigi De Magistris l’1,4. Ma questa volta punta almeno al 3 per cento. Tante associazioni si stanno avvicinando. Hanno un rapporto quasi organico con l’Usb, il sindacato nato in contestazione alla Cgil, con il quale hanno collaborato nelle battaglie per il salario minimo – lo fissano a 12 euro – e sulle manifestazioni per la Palestina. Chiediamo: vi chiameranno i Vannacci di sinistra, farete vincere Meloni. O al limite, vi accuseranno di volere il ritorno al proporzionale: “Primo: se oggi c’è Vannacci la colpa è di chi in questi anni ha continuato ad arretrare nella difesa dei lavoratori. Se oggi si parla apertamente di deportazione, è perché questo centrosinistra non ha saputo opporsi alle politiche che criminalizzano i migranti. Secondo: noi vogliamo il proporzionale, senza sbarramento. Basta votare il meno peggio, gli italiani meritano un’alternativa vera”. Granato e Collot sono spesso ospiti delle reti Mediaset, quasi quanto Alessandro Di Battista di La7. A proposito vi sentirete? “Noi non abbiamo preclusioni. Ovviamente non facciamo manovre politiciste. Ma se si parla di contenuti vediamo, perché no?”

Francesco Toscano è stato a lungo il leader incontrastato di Democrazia sovrana e popolare. Il partito rossobruno per eccellenza vive ora una crisi di identità che risolverà a congresso il 26 luglio. Marco Rizzo, il coordinatore, vorrebbe allearsi con Vannacci. “Ma io non ci sto a mettermi con quelli di Junio Valerio Borghese e della X Mas, io ho una storia”, sbotta Toscano e confessa tutta la delusione per la virata a destra di Rizzo. “Ho accettato la fusione con il suo Pci perché pensavo fosse di sinistra. Ma chi se lo immaginava che quello voleva portarci coi fascisti? A me, che sono cresciuto sugli scritti di Aldo Moro…”. Se non è Vannacci, potrebbe essere Di Battista. “Ci siamo incontrati a Ponte Milvio per un caffè. Lui non è ancora pronto a candidarsi, ma osserva con attenzione. Secondo me fa bene a organizzarsi. In questi anni ha tenuto bene il punto su Gaza, i fatti gli danno ragione. Sul profilo geopolitico ha guadagnato credito. Secondo me ha i numeri”.

Si vedrà. Intanto al Nazareno osservano preoccupati. “Quanto può valere Di Battista?”, si chiede gli uomini di Schlein scrutando i sondaggi e interrogando gli opinionisti. Nelle rilevazioni la voce “altri partiti” cresce sempre di più. Ora è al 4,5. Ricordano che nel referendum sulla giustizia 2 milioni di voti contrari non erano attribuibili ai partiti del centrosinistra. Alle viste c’è anche la decisione del Tribunale di Roma su nome e simbolo M5s, attesa per la settimana prossima. Con Di Battista in campo e Conte senza più lo storico brand – il suo partito si chiamerebbe Nova, dicono – cambierebbero anche le chance del campo largo. Se poi ci si mette la cosa rossa a sinistra… 

di Alfonso Raimo su Huffpost

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