Anno: XXVIII - Numero 122    
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L’Anm promette: lotta al correntismo ma la riforma elettorale non si fa

L'inedito successo elettorale è interpretato, da alcuni gruppi delle toghe, come il placet a confermare i "capi storici". Altri invocano un Csm nuovo. Cosa c'è dietro.

L’Anm promette: lotta al correntismo ma la riforma elettorale non si fa

È un conflitto di coscienza, quello che attraversa la magistratura. Una tensione fra due modi opposti di reagire alla vittoria del referendum. Da una parte l’istinto dell’autoriforma, di un’autodisciplina spontanea, di un self-restraint politico e ordinamentale. Dall’altra, il sollievo per lo scampato pericolo: il Sì alla legge Nordio avrebbe disintegrato le correnti per come le conosciamo, e ora i gruppi associativi – soprattutto i due più forti anche sul piano elettorale, “Area” e “Mi” – vorrebbero assaporare il gusto della ritrovata libertà, e mettere in campo alcuni dei loro leader “storici”, da Eugenio Albamonte a Salvatore Casciaro.

È il dilemma che chiude una stagione e ne apre una nuova. Dal voto sulle carriere separate, la magistratura associata ha ottenuto una legittimazione sostanzialmente irreversibile: il No a una modifica costituzionale che prevedeva anche il sorteggio rende improponibile, per molti anni a venire, quell’ipotesi, cioè l’estrazione a sorte dei togati. Pensare a quel tipo di radicale rimedio per stroncare il correntismo è ormai insensato: bisogna avere rispetto per il voto dei cittadini, persino se si è convinti, come nel caso di chi scrive, che quei cittadini siano stati condizionati da una visione distorta della funzione giudiziaria. Al limite bisognerà lavorare affinché quella visione distorta cambi, e ci vorranno parecchi anni. Ma non è questo il punto e non è il momento di parlarne. Il punto è che, come sempre, i tornanti decisivi della politica – e per la politica giudiziaria la vittoria del No è stato eccome un tornante decisivo – schiudono nuove prospettive, cambiano l’orizzonte.

La magistratura ha capito, in modo più o meno diffuso e condiviso, che non poteva interpretare la vittoria come una licenza di spadroneggiare, di “prendersi tutto”. Non poteva perché altrimenti la politica avrebbe finalmente reagito, avrebbe trovato l’unità che in Parlamento, sulla riforma costituzionale, era mancata. E un segnale decisivo in questo senso è arrivato dal partito, il Pd, che più di ogni altro ha guidato, a livello politico, il fronte del No: basta rileggersi l’intervento firmato lo scorso 29 aprile sul Sole-24 Ore da Andrea Orlando e Debora Serracchiani. “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo”, scrissero l’ex guardasigilli e l’attuale responsabile Giustizia dem.

Ecco perché, poche settimane dopo aver “vinto le elezioni” – fatto inedito per le magistrature dell’era moderna, e neanche nella democrazia ateniese, forse, era mai accaduto che il popolo tributasse un plebiscito ai giudici –, il Csm, cioè il “governo” delle toghe, ha fatto una mossa decisiva: ha adottato regole sulle comunicazione che obbligano tutti i magistrati, nei procedimenti penali, a essere prudenti, rispettosi della presunzione d’innocenza e della reputazione di chi venga dichiarato innocente. Una scelta dal valore politico. Lo ha notato, fra gli altri, una giornalista giudiziaria di spessore come Conchita Sannino che, nel commentare negativamente – com’era scontato per il suo quotidiano, la Repubblica – le linee guida del Csm, ha parlato di “tema fatalmente più sensibile per politici, amministratori e colletti bianchi finiti nel mirino delle indagini”. Certo, è così: il Csm ha lanciato un messaggio agli altri poteri, al legislativo e all’esecutivo, e in pratica ha detto: decidiamo spontaneamente di essere rispettosi di quell’equilibrio fra i poteri dello Stato che l’attuale maggioranza avrebbe voluto risistemare con la separazione delle carriere e il sorteggio; abbiamo vinto ma riconosciamo che l’obiettivo era sensato, seppure i mezzi, cioè il divorzio giudici-pm e l’estrazione a sorte dei togati appunto, fossero sbagliati. O a voler essere meno ottimisti, il messaggio comunque è: non preoccupatevi, non abuseremo dell’inedito consenso elettorale ottenuto con il referendum.

Benissimo. Ora però per le correnti si pone un nuovo dilemma, scaturito dal tornante della storia di cui sopra: oltre a essere più rispettosi della politica, soprattutto nelle indagini penali, sarà il caso di essere anche un po’ meno “oligarchici” nel governo della magistratura, cioè al Csm? Ed è qui che la linea si divide nelle due direzioni in conflitto fra loro ed evocate all’inizio.

Da una parte chi è consapevole della necessità di una svolta, e si attrezza per spingere al prossimo Consiglio superiore candidati magistrati autonomi delle correnti, come Giovanni Battista Nardecchia e Roberta Amadeo, di cui ha scritto per prima Simona Musco su queste pagine. Dall’altra, nello stesso associazionismo giudiziario, c’è chi ragiona diversamente e pensa: che c’è di male se i capi delle correnti si ricandidano, se si preservano le gerarchie storiche, consolidate, della magistratura associata? Perché non si dovrebbe interpretare la vittoria del No al referendum come il diritto a non sgretolare il sistema politico interno alla magistratura?

Non esiste una risposta univoca, sul piano della scienza politica. Non è una questione morale, anche se da queste pagine abbiamo ironizzato sul paradossale effetto provocato dagli elettori del No, e cioè il rafforzamento delle oligarchie nella magistratura. Al di là dei paradossi, che pure ci sono, è inutile aggrapparsi al moralismo. Non ha senso, e oltretutto la retorica dell’uno vale uno, dei limiti di mandato, tanto cara ai 5 Stelle per esempio, non è mai sembrata entusiasmante, e anzi può essere considerata deleteria.

Il problema è in un equilibrio sottile quanto di semplice enunciazione: i posti, nel parlamento/governo della magistratura, il plenum del Csm, sono pochi, sono 20. Assai meno delle centinaia di seggi disponibili alla Camera e al Senato per i partiti. E per giunta, quei 20 posti sono divisi per categorie: ai magistrati giudicanti, per dire, ne spettano solo 13, da dividere fra tutti e 26 i distretti giudiziari italiani. Davvero esigui, considerate le aspirazioni al ricambio che, nella magistratura, spingono dal basso. Ecco il punto: il problema è interno alla magistratura. Riguarda la credibilità del suo assetto politico-amministrativo. Un eccessivo peso dei leader storici può mortificare le nuove leve. Tarparne le ali. Ne scaturirebbero tensioni che, dalla sfera politico-associativa, potrebbero estendersi ai rapporti con la politica, con il rischio di compromettere anche quel progressivo chiarimento, fra la magistratura e gli altri poteri, di cui il paese ha bisogno.

Dall’esterno, dal di fuori dell’Anm, si deve assistere a questa dinamica solo da spettatori. Ma se la magistratura ha compreso, a vari livelli, di detenere un peso specifico notevole nei meccanismi che assicurano la salute della democrazia, non può far finta di nulla: deve porsi il problema. E portare fino a destinazione quell’inversione sollecitata dal trionfo nelle urne.

Di Errico Novi su Il Dubbio

 

 

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