Zitti, avete perso il referendum.
Incredibile nota dell’Anm Emiliana, che censura il no dell’Ordine di Bologna al passaggio di funzioni di un Pm
A distanza di quasi tre mesi dal referendum sulla separazione delle carriere la contrapposizione fra magistratura e avvocatura è ancora viva, con evidenti strascichi polemici. La giunta esecutiva dell’Associazione nazionale magistrati dell’Emilia-Romagna ha criticato, in una nota dai contenuti spiazzanti, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna.
Il motivo della polemica risiede in un orientamento espresso dal Coa felsineo che, come si legge nel comunicato dell’Anm Emiliana, «chiamato a esprimere eventuali “osservazioni” su una domanda di tramutamento delle funzioni presentata da un collega del distretto, da quelle requirenti a quelle giudicanti di legittimità, nell’ambito di un’interlocuzione endo-procedimentale assunta con il Consiglio giudiziario di Bologna, ha inteso esprimere un “parere non favorevole”. L’articolo 13 del d.lgs. 160/06, espressamente, consente, una volta nell’arco dell’intera carriera, il passaggio di funzioni». E va innanzitutto chiarito come la vicenda riguardi la richiesta di un magistrato che svolge da oltre vent’anni funzioni requirenti, richiesta finalizzata all’assegnazione alle funzioni giudicanti presso la Corte di Cassazione.
Ma a essere particolarmente polemico è un altro passaggio, nella nota diffusa dalla Giunta esecutiva dell’Anm Emilia-Romagna, in cui si fa riferimento al risultato del referendum costituzionale confermativo del 22 e 23 marzo scorsi. Nel contestare il Coa di Bologna, l’Anm evidenzia che la posizione dell’avvocatura «si colloca al di fuori di ogni previsione normativa, in quanto motivata esclusivamente sull’opportunità di un passaggio di funzioni consentito ex lege, e risulta evidentemente ancorata ad una visione ideologica e pregiudiziale che, peraltro, dimentica l’esito del voto referendario dello scorso 23 marzo, che, con ampia partecipazione popolare, ha confermato l’attuale assetto normativo».
Dopo le sconcertanti bordate, viene evidenziata l’utilità del mutamento delle funzioni per i magistrati, previsto dalla legge, con l’auspicio di riavviare con l’avvocatura un dialogo costruttivo. «Il mutamento di funzioni – conclude l’Anm Emilia-Romagna –, al contrario, incentiva il miglioramento delle competenze e della professionalità del magistrato e, in quanto tale, andrebbe incentivato. Si auspica che la componente dell’avvocatura, a fortiori allorquando, in un’ottica di interlocuzione tra operatori del diritto e ampliamento delle fonti di conoscenza, esprime una posizione attraverso le sue componenti istituzionali quale deve ritenersi il Consiglio dell’Ordine, lo faccia con quella lealtà richiesta a chi, nonostante non abbia visto prevalere le proprie, seppur legittime ma risultate recessive, istanze di modifica dell’ordinamento giurisdizionale, abbia come obiettivo il miglioramento del funzionamento della giustizia».
In attesa delle decisioni del Coa di Bologna, non mancano prese di posizione a titolo personale da parte di alcuni avvocati. Tra questi, Paolo Rossi, vicepresidente vicario dell’Ordine bolognese. «Rispetto alle valutazioni espresse dalla Giunta distrettuale dell’Anm Emilia-Romagna – commenta Rossi –, ritengo che la posizione assunta dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna non possa essere letta in chiave ideologica. Si è trattato dell’esercizio, da parte di ciascun componente, della propria libertà di coscienza nell’ambito di una procedura consultiva legittimamente prevista. Nessun avvocato, nell’esprimersi su una materia di questo rilievo, agisce per pregiudizio o per calcolo di gradimento. Mercoledì prossimo, comunque, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna tornerà a discutere in adunanza su quanto accaduto. In quella sede si valuteranno le ulteriori ed eventuali iniziative da intraprendere».
Altre fonti autorevoli e qualificate dell’avvocatura non nascondono amarezza e sconcerto «per le incredibili e inaccettabili affermazioni con cui la Giunta distrettuale dell’Anm ha “censurato” le osservazioni rese dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna, nell’ambito della procedura davanti al Consiglio giudiziario, per il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti, e viceversa, di un magistrato». Le osservazioni, si fa notare, sono state formalmente richieste dall’Ufficio giudiziario competente nel rispetto del decreto legislativo 160/2006, ai fini dell’espressione del giudizio di idoneità. «Proprio per questo – rileva la fonte interpellata –, qualificare l’intervento come “al di fuori di ogni previsione normativa” significa disconoscere la funzione stessa che il legislatore ha inteso riservare a vario titolo alla componente forense nei Consigli giudiziari. La questione, peraltro, va ben oltre il caso specifico, vista la disinvoltura con cui l’Anm si è lasciata andare a gratuite accuse di slealtà o perseguimento di fini diversi da quello previsto dalla procedura in atto. L’avvocatura rivendica la propria indipendenza sia nell’esercizio della funzione difensiva a tutela dei cittadini sia nello svolgimento di funzioni e prerogative istituzionali che le competono per legge. Senza accettare intimidazioni e, tanto meno, senza subirle». Nei prossimi giorni il plenum dell’Unione dei Consigli degli Ordini forensi dell’Emilia-Romagna si riunirà per valutare ogni opportuna iniziativa.
Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio
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