Ponte sullo Stretto e crisi della deontologia pubblica
Le intercettazioni riaprono il tema dell’etica istituzionale, oltre la presunzione d’innocenza garantita dalla Costituzione.
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Sono noti i fatti della cronaca di questi giorni.
La presunzione di innocenza pone l’onere della prova delle accuse di corruzione e di rivelazione di atti d’ufficio, interamente a carico della Pubblica accusa, ossia del Pubblico Ministero.
Questo è uno degli effetti più importanti dell’art. 27 della nostra Carta Costituzionale per il quale: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
Ma leggere sulla Stampa, attraverso le intercettazioni, che un alto Magistrato della Corte dei Conti “avrebbe rivelato notizie riservate sull’andamento della discussione all’interno della Corte dei Conti e, nei rapporti con gli esponenti della Stretto, avrebbe mirato a una collocazione per la fine della carriera da Magistrato contabile” è certamente indecoroso dal punto di vista deontologico e tale da incrinare la fiducia del cittadino sulle istituzioni.
Questo Magistrato poi dal 2012 al 2015 è stato Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati della Corte dei Conti, la quale Associazione si è data un codice deontologico, approvato nella riunione del 23.01.2006, il quale, all’art. 5, prevede il divieto di utilizzare le informazioni d’ufficio ai fini non istituzionali e, all’art. 8, prevede che il Magistrato garantisce e difende l’indipendente esercizio delle proprie funzioni e mantiene un’immagine di imparzialità e di indipendenza, evitando qualsiasi coinvolgimento in centri di potere di qualunche tipo (politico, economico, finanziario, ecc…) che possano condizionare l’esercizio delle sue funzioni e comunque appannarne l’immagine.
Altre prescrizioni comportamentali nell’art. 12.
Se poi i giovani scappano dall’Italia forse qualche motivo lo hanno!
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