Avvocati e magistrati uniti nel difendere la legalità
Nel dibattito promosso venerdì scorso da Cnf e Il Dubbio con De Lucia, Melillo e Sisto, il presidente dell’istituzione forense Greco invoca la sinergia nella giustizia a partire dal «contrasto di sfruttamento e caporalato, che impone un nuovo ruolo anche alla professione legale».
Non è un tema facile. Il Consiglio nazionale forense non ha optato per il più confortevole e pianeggiante dei campi di gioco, con l’incontro organizzato ieri, insieme con Il Dubbio, su “Avvocatura, presidio di legalità”. Perché è chiaro che, come ha ricordato il direttore di questo giornale Davide Varì nel moderare e introdurre gli interventi, «legalità vuol dire anche garanzie, ed è la legalità del processo l’obiettivo primario in cui il difensore asseconda la propria vocazione». Ma si è andati oltre, nel dibattito ospitato nella Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale a Roma e a cui, con Greco, hanno contribuito il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, il procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo e il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto.
Si sono esplorate ulteriori possibilità per precisa scelta del presidente del Cnf: a lui si deve l’idea dell’evento, riuscito appieno grazie alla franchezza con cui si sono confrontati i relatori. Si è andati oltre perché, quando il capo dei pm palermitani ha replicato alla domanda di Varì, se appunto la legalità che il difensore è chiamato a garantire nel processo riguarda innanzitutto i diritti e le garanzie dovuti alla persona accusata anche dei più atroci crimini, il magistrato non ha esitato a pronunciare una frase che, come si dice, poteva chiuderla lì: «A me già basta che l’avvocato garantisca la regolarità e le garanzie nel processo per il proprio assistito. Potremmo anche non chiedergli altro».
Ecco: è stata questa la doverosa premessa a cui sono seguite altre riflessioni, ammissioni e anche contrasti. Perché Greco, nell’intervento introduttivo, è stato molto chiaro: «Come Cnf vogliamo prefigurare un percorso nuovo: in particolare rispetto a fenomeni come la corruzione e la mafia, il difensore deve assistere il cliente con l’indicazione di soluzioni che restino nel perimetro delle norme. Troppo spesso si è pensato che possa avvenire il contrario».
Il presidente del Cnf parte da una cornice che è già esplicita rispetto a una funzione preventiva, «gli strumenti offerti dal decreto legislativo 231, che riguarda l’attività d’impresa e la professionalità messa al servizio della prevenzione». Ma subito il cerchio si stringe ancora fino a individuare un punto di caduta che forse più di ogni altro può favorire la convergenza fra magistrati e avvocati come presidii comuni di legalità: «Lo sfruttamento del lavoro, il lavoro in nero, il caporalato. Non sono tollerabili vicende tragiche come la morte dei braccianti arsi vivi in Calabria, ma neppure la scoperta che lavoravano in nero gli addetti alla costruzione dell’edificio in cui troverà posto un consolato americano». Qui Greco è particolarmente energico nel dire che «la società deve riflettere sull’urgenza di contrastare fenomeni simili e in questo l’avvocatura deve avere un proprio ruolo». E sì, perché di fronte a un pericolo di vita per persone inermi non c’è più concorrenza tra funzione difensiva e prevenzione degli illeciti: c’è un codice rosso che non ammette subordinate.
Sul tema si realizza la più evidente condivisione fra il presidente degli avvocati e il procuratore nazionale Antimafia. Il primo insiste sulla necessità di un professionista che «intervenga non solo nella fase patologica», cioè dinanzi all’emergere del conflitto o dell’illecito, ma appunto «anche nella dimensione fisiologica della vita sociale». Il secondo, Melillo, è prontissimo a raccogliere l’assist: «Io sono grato al Cnf e al Dubbio per il coraggio dell’idea, per aver promosso un dibattito che intacca le certezze e invoca una funzione dell’avvocato a presidio della legalità anche in termini di prevenzione dei fenomeni criminali. Certamente c’è la possibilità di una funzione maieutica che il legale può svolgere nei confronti delle imprese, e nella fase genetica di potenziali illegalità. Ma è chiaro che ci sono ambiti in cui è più urgente un lavoro comune di magistratura e avvocatura, a cominciare dal sistema di produzione e distribuzione dell’agroalimentare, un sistema che si nutre di sangue».
È il punto di più evidente concordia nelle visioni fra rappresentanti dell’ordine giudiziario e del mondo forense, che può comprendere anche un viceministro come Sisto, sempre orgoglioso di rivendicare la propria appartenenza all’avvocatura. Non è semplice definire le modalità entro cui gli avvocati potranno esprimere la loro vocazione di «portatori e consulenti di legalità», per usare le parole di Greco. Sicuramente una simile prospettiva passa per la collaborazione, per lo scambio fra pm (e giudici) e difensori, per una sinergia che, dice Melillo, «deve partire dall’orgogliosa rivendicazione di un ruolo, per gli avvocati, che io personalmente, quando ho diretto per esempio la Procura di Napoli, ho sempre cercato».
È a questo punto, d’altra parte, che il dibattito di ieri si è fatto tanto ricco quanto impegnativo: non tutte le posizioni sono sembrate coincidenti. Certo, il procuratore di Palermo De Lucia ha tenuto a ricordare con forza, con sincera commozione, «gli avvocati siciliani che si sono addirittura immolati, per la legalità, che hanno pagato con la loro vita. Penso a Serafino Famà, ucciso nel ’95 a Catania, a Enzo Fragalà, Palermo, assassinato nel 2010, ma se torno più indietro anche a Nino D’Uva, Messina colpito mortalmente dalla mafia nel 1986. Tutti hanno resistito alle pressioni della criminalità, tutti hanno pagato il prezzo più alto».
De Lucia ha un’idea «alta dell’avvocatura, e dell’avvocatura palermitana innanzitutto, che ha svolto la propria funzione nei processi di mafia sempre con grande rigore, con trasparente coerenza». Ma quello step, quel passo ulteriore che De Lucia neppure considera così urgente, perché appunto «l’avvocato dovrà innanzitutto assicurare il diritto di difesa sempre e comunque nei confronti di tutti, non devo citare Berger e il suo Avvocato del diavolo»; se dunque una parte della magistratura, ben rappresentata dal capo dei pm palermitani, trova esaustivo lo schema della legalità in termini di garanzie processuali, Francesco Paolo Sisto “sorpassa a sinistra” persino Greco e lo stesso Melillo: «Il presidio a cui l’avvocato è chiamato riguarda la sorveglianza speciale sulle regole del processo, il che però significa anche assumere una rappresentanza diretta del cittadino nel sistema giustizia: l’avvocato viene scelto, noi siamo scelti, e quindi il nostro contributo non può riguardare solo l’organizzazione ma anche l’affermazione del diritto e del giusto processo in una dimensione più profonda».
Sisto ci arriva alla fine di uno scambio “multilaterale”, nel dibattito, con Melillo ma anche con De Lucia. Il suo è un discorso filosoficamente intrecciato con i passaggi sul «recupero dell’oralità nel processo civile, materia», ricorda il viceministro, «di un provvedimento all’esame del Senato», o anche sulla «necessità che l’intelligenza artificiale nella giurisdizione sia connotata dal requisito della trasparenza: dev’essere esplicito, l’avvocato, nel dichiarare che un suo atto è stato elaborato dall’algoritmo cosi come il giudice nel segnalare che parte di una sentenza è frutto dell’intelligenza artificiale». C’è sempre in gioco la «meritocrazia», in entrambi gli aspetti, secondo Sisto, «perché dobbiamo poter distinguere la qualità dell’avvocato dalle sue parole». Ma appunto Sisto si spinge ancora oltre quando rivendica che «la sinergia fra avvocatura e magistratura non può ridursi alla gestione degli uffici», altrimenti prevale quel principio in potenziale conflitto con la «meritocrazia», vale a dire l’esclusivo tributo alla «efficienza». E no, dice Sisto: «Ci deve essere un rispetto, fra avvocato e magistrato, che conduca a una comune nomofilachia sostanziale e non solo organizzativa».
Presidio di legalità nel sistema della giurisdizione: il ruolo dell’avvocato, nell’ottica di Sisto, amplia in modo persino esponenziale la prospettiva da cui parte Greco. E in un assetto generato dall’esito del referendum, così sospeso fra sanzione di continuità e necessità di cambiamento, lo scenario è sconfinato.
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