Anno: XXVIII - Numero 91    
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STRETTA SUI COMPENSI ILGOVERNO SOTTO ASSEDIO

Consulenti del lavoro, Avvocati e professioni unite: “Norma vessatoria, discriminatoria e pericolosa per legalità e servizi pubblici”.

STRETTA SUI COMPENSI ILGOVERNO SOTTO ASSEDIO

La nuova stretta sui pagamenti della Pubblica amministrazione ai professionisti accende la protesta compatta delle categorie ordinistiche e, in prima fila, dei Consulenti del Lavoro. La norma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 e collegata al nuovo comma 1-ter dell’articolo 48-bis del D.P.R. 602/1973 viene considerata dai rappresentanti delle professioni tecniche, giuridiche ed economiche come un meccanismo “vessatorio”, “discriminatorio” e potenzialmente devastante per il libero esercizio delle attività professionali.

Al centro dello scontro c’è il nuovo sistema di verifica preventiva della regolarità fiscale e contributiva dei professionisti prima che la Pubblica amministrazione possa procedere al pagamento delle prestazioni rese. In altre parole, prima di liquidare parcelle, consulenze, incarichi tecnici, assistenze legali o attività specialistiche, la Pa dovrà controllare l’eventuale esistenza di irregolarità fiscali o previdenziali in capo al professionista incaricato.

Una misura che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe rafforzare il contrasto all’evasione e garantire maggiore controllo sulla spesa pubblica. Ma che per il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e per “Professionisti Insieme” rischia invece di trasformarsi in un gigantesco cortocircuito burocratico, capace di paralizzare i pagamenti, alimentare il contenzioso e compromettere il funzionamento stesso della macchina pubblica.

Il nodo principale riguarda il concetto di “inadempienza”. Proprio su questo punto il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro è tornato a scrivere al Ministero dell’Economia e delle Finanze, dopo una prima richiesta già avanzata nei mesi scorsi. La categoria chiede chiarimenti precisi sulle modalità operative della verifica prevista dalla nuova norma, contestando il rischio che qualsiasi irregolarità, anche minima o contestata, possa tradursi automaticamente nel blocco dei compensi.

Secondo il CNO dei Consulenti del Lavoro, infatti, l’inadempienza non può essere interpretata in modo generico o sommario. Deve invece riferirsi esclusivamente a debiti certi, liquidi ed esigibili, iscritti a ruolo, non sospesi e non coperti da una rateizzazione regolarmente rispettata. In assenza di questi presupposti, spiegano i professionisti, il blocco dei pagamenti assumerebbe un carattere arbitrario e sproporzionato.

La posizione della categoria è netta: nessun automatismo può essere consentito senza una verifica sostanziale della posizione del professionista. Prima di sospendere un pagamento, la Pubblica amministrazione dovrebbe garantire al lavoratore autonomo la possibilità di chiarire eventuali anomalie, segnalare contenziosi aperti, sospensive, compensazioni o piani di rateizzazione in corso. Diversamente, il rischio è quello di trasformare una semplice contestazione tributaria in una condanna economica immediata.

Ed è proprio su questo terreno che i Consulenti del Lavoro stanno assumendo il ruolo di guida nella mobilitazione delle professioni ordinistiche. La categoria denuncia infatti una profonda disparità di trattamento rispetto ad altri lavoratori che operano per lo Stato. I dipendenti pubblici continueranno a percepire regolarmente stipendi e retribuzioni indipendentemente dalla propria situazione fiscale personale, mentre i professionisti esterni rischieranno il congelamento dei compensi anche per irregolarità di importo minimo.

Un meccanismo che secondo le professioni introduce una discriminazione evidente. Da una parte lo Stato pretende prestazioni altamente specialistiche, consulenze tecniche, assistenza normativa, gestione del contenzioso, progettazione e supporto amministrativo. Dall’altra, però, mette il professionista nella condizione di non sapere se e quando verrà pagato, subordinando il compenso a controlli preventivi che potrebbero allungarsi per settimane o mesi.

Il presidente di “Professionisti Insieme”, Elbano de Nuccio, parla senza mezzi termini di una norma “ingiustamente vessatoria”. Il rischio, sostiene, è quello di colpire indiscriminatamente l’intero mondo professionale, anche in presenza di violazioni minime o semplici disallineamenti amministrativi.

Il punto più contestato riguarda infatti l’assenza di una soglia minima per attivare il controllo. Oggi, spiegano i professionisti, basterebbe teoricamente anche una contestazione di importo irrisorio per bloccare il pagamento di una prestazione professionale già eseguita. Una prospettiva considerata inaccettabile soprattutto in un contesto economico nel quale migliaia di studi professionali lavorano già con margini ridotti e tempi di pagamento spesso lunghissimi.

La denuncia dei Consulenti del Lavoro è ancora più dura quando si analizza il funzionamento concreto della trattenuta. La PA potrebbe infatti compensare eventuali debiti erariali utilizzando somme calcolate al lordo del compenso professionale, al netto della sola ritenuta d’acconto. Tradotto: il professionista rischierebbe di vedersi trattenere importi che verranno comunque successivamente tassati come reddito.

Secondo le categorie si tratterebbe di una distorsione gravissima. Non solo il professionista subirebbe il blocco del pagamento, ma potrebbe anche essere chiamato a pagare imposte su somme mai effettivamente incassate. Un paradosso fiscale che, secondo gli ordini professionali, finirebbe per generare ulteriore contenzioso tributario e amministrativo.

Ma le criticità non si fermano qui. La nuova disciplina imporrebbe infatti ulteriori adempimenti burocratici sia ai professionisti sia alle stesse amministrazioni pubbliche. I lavoratori autonomi dovrebbero procurarsi certificazioni previdenziali equivalenti al DURC presso le rispettive casse professionali e attestazioni di conformità fiscale dall’Agenzia delle Entrate. Parallelamente, gli uffici pubblici dovrebbero verificare e validare tutta la documentazione prima di procedere al pagamento.

Per i Consulenti del Lavoro il rischio è evidente: rallentamento dei tempi, aumento delle pratiche amministrative, moltiplicazione dei controlli e ulteriore appesantimento di una macchina pubblica già fortemente congestionata. La conseguenza, avvertono le categorie, potrebbe essere un effetto domino capace di bloccare incarichi, ritardare progetti e compromettere l’efficienza dei servizi.

Le professioni evidenziano inoltre una contraddizione politica di fondo. Da anni il legislatore dichiara di voler favorire la collaborazione tra settore pubblico e professionisti esterni, valorizzando competenze specialistiche indispensabili per la modernizzazione della PA, l’attuazione del PNRR, la gestione della transizione digitale e il supporto tecnico agli enti locali. Ora però, denunciano gli ordini, lo stesso legislatore introduce una disciplina che rischia di allontanare i professionisti dalla committenza pubblica.

Molti studi potrebbero infatti decidere di non lavorare più con le amministrazioni pubbliche, considerate ormai interlocutori troppo rischiosi dal punto di vista economico e finanziario. Il timore è che la nuova normativa finisca per penalizzare soprattutto i professionisti più piccoli, i giovani studi e le realtà territoriali che dipendono maggiormente dagli incarichi pubblici.

La posizione dei Consulenti del Lavoro trova sponda anche in altre categorie professionali. Avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti e professionisti sanitari guardano con crescente preoccupazione all’evoluzione della norma. Il fronte delle professioni appare compatto nella richiesta di modifica immediata della disciplina.

Secondo “Professionisti Insieme”, la norma rischia addirittura di produrre effetti contrari rispetto agli obiettivi dichiarati. Più che favorire la regolarità fiscale, potrebbe infatti incentivare il contenzioso, aumentare i costi amministrativi e generare nuove tensioni nei rapporti tra professionisti e amministrazioni pubbliche.

Non manca poi una riflessione più ampia sul ruolo sociale delle professioni. I Consulenti del Lavoro ricordano che i professionisti rappresentano un presidio fondamentale di legalità fiscale, previdenziale e amministrativa. Sono proprio loro, quotidianamente, ad assistere imprese e cittadini negli adempimenti verso lo Stato. Colpirli con meccanismi percepiti come punitivi rischia, secondo la categoria, di incrinare il rapporto fiduciario tra istituzioni e professioni ordinistiche.

La richiesta avanzata al MEF è quindi chiara: servono chiarimenti immediati e una revisione della norma che introduca criteri di proporzionalità, tutele procedurali e limiti precisi all’attivazione delle verifiche. Le professioni chiedono soglie minime, esclusione delle posizioni sospese o rateizzate e soprattutto il riconoscimento del diritto al contraddittorio prima di qualsiasi blocco dei compensi.

Sul piano politico la partita è tutt’altro che chiusa. Le categorie professionali stanno intensificando il pressing parlamentare per ottenere modifiche già nei prossimi provvedimenti correttivi. Il timore è che, senza un intervento rapido, la nuova disciplina possa produrre effetti immediati e destabilizzanti su migliaia di rapporti professionali con la Pubblica amministrazione.

La protesta dei Consulenti del Lavoro assume così un valore simbolico più ampio: non soltanto difesa della categoria, ma battaglia per riaffermare il principio secondo cui il diritto al compenso per una prestazione regolarmente eseguita non può essere trasformato in uno strumento automatico di pressione fiscale.

Per le professioni italiane il rischio è concreto: passare dal ruolo di collaboratori strategici dello Stato a quello di contribuenti sorvegliati speciali. Ed è proprio contro questa impostazione che si sta saldando il fronte comune degli ordini professionali, determinati a ottenere una revisione di una norma considerata da tutti non solo inefficace, ma profondamente ingiusta.

“Un avvocato che vanta un credito nei confronti dello Stato – ha spiegato il presdeinte del Cnf Francesco Greco – può vedersi bloccare i pagamenti anche per un debito minimo, come una multa per divieto di sosta, mentre ciò non accade per altre categorie. In passato la norma riguardava anche altri soggetti, come gli imprenditori, ma solo per debiti superiori a 5mila euro; per i professionisti, invece, questo limite è stato eliminato. L’aspetto più grave – ha concluso il presidente del Cnf – è che a essere penalizzati saranno soprattutto gli avvocati che si occupano del patrocinio a spese dello Stato, ossia coloro che assistono le fasce più deboli: donne vittime di violenza senza reddito, cittadini non abbienti, imputati nelle difese d’ufficio, immigrati. Se i compensi vengono bloccati, questi professionisti, che oggi subiscono il ritardo di anni prima di essere pagati dallo Stato, non potranno continuare a sostenere economicamente tali difese, con il rischio concreto di compromettere il diritto di accesso alla giustizia proprio per i cittadini più fragili”.

 

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