La sinistra vince solo se c’è una Margherita
È necessario, cioè, avere anche un forte, qualificato, plurale e radicato partito, espressione di un centro riformista e di governo, per tentare di vincere le elezioni.
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Ora è abbastanza certo, anche se in questa politica le variabili sono sempre infinite, che la sinistra può vincere le prossime elezioni solo se sarà alleata con una forte Margherita. Sì, la chiamo proprio così, Margherita. E questo per la semplice ragione che il centro sinistra può farcela se è presente indubbiamente la sinistra ma anche e soprattutto un centro. La sola sinistra, anche se forte e ben visibile, non sarà mai maggioranza politica ed elettorale nel nostro Paese. Lo dice la storia democratica italiana e non le singole e pur sempre rispettabili opinioni. È necessario, cioè, avere anche un forte, qualificato, plurale e radicato partito, espressione di un centro riformista e di governo, per tentare di vincere le elezioni.
Certo, quando si parla di centro – soprattutto negli ultimi lustri – viene subito in mente una molteplicità, anche un po macchiettistica se non addirittura ridicola, di sigle, movimenti, partiti e partitini che hanno in comune una sostanziale irrilevanza politica e una drastica inconsistenza elettorale. Partiti e sigle che non hanno avuto la capacità, e l’intelligenza, di costruire un vero soggetto politico centrista, riformista e di governo. Appunto, una sorta di Margherita.
Ora, è indubbio che i progetti politici e organizzativi non si replicano mai. Margherita compresa. Ma è pur vero che quello resta l’unico esperimento, purtroppo troppo frettolosamente sciolto ed archiviato, di partito centrista, riformista, plurale e di governo che sia nato dopo la fine della prima repubblica e il tramonto del principale ed irripetibile partito di centro nel nostro paese, la Democrazia Cristiana. Ma questo nuovo e, auspico, efficace partito riformista, potrà decollare solo se non sarà la somma di individualità e di aspiranti candidati alle prossime elezioni politiche. Mi riferisco, nello specifico, ai sedicenti riformisti del Pd che scoprono che forse non sono più ricandidati nel loro partito per le troppe legislature accumulate alle spalle e, d’incanto, scommettono su una nuova esperienza centrista. No, quello sarebbe il modo migliore per far fallire definitivamente e irreversibilmente il progetto di una seppur nuova e rinnovata Margherita. La vera scommessa, al contrario, consiste nella capacità di sapere dispiegare un progetto politico credibile e realmente percorribile unendo quelle culture riformiste che ormai da troppo tempo non riescono a declinare un ruolo politico, culturale e programmatico significativo ed incisivo. Ma per centrare questo obiettivo è necessario e sempre più indispensabile, come fu la Margherita nel lontano 2002, mettere in campo una iniziativa politica che nasca, appunto, dalla ricomposizione del pensiero riformista nel nostro Paese. Se dovessero anche solo lontanamente prevalere i personalismi o i cosiddetti partiti personali all’interno del futuro soggetto politico, calerebbe una pietra tombale sul nascente polo centrista e riformista.
Ecco perché siamo arrivati ad un punto di svolta. E cioè, riunificazione in un soggetto politico delle migliori culture riformiste e costituzionali, gestione democratica del nuovo soggetto politico e credibilità della nuova classe dirigente. I saltimbanchi che non vengono più candidati in un partito e traslocano in un altro potenziale partito possono tranquillamente guardare la partita dalla tribuna. Per il bene della nuova ed auspicata Margherita.
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