Chi sbaglia paga: Palazzo Chigi cambia musica
La premier smentisce, ma anche per Beatrice Venezi è stata adottata la nuova linea post-referendum: stop difese ad oltranza.
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Non è stata certo una scelta artistica. La rottura tra il Teatro La Fenice e Beatrice Venezi segna un passaggio politico più profondo, che va ben oltre i confini della laguna. L’annullamento della nomina della direttrice musicale, arrivato dopo le dichiarazioni rilasciate a un giornale argentino – giudicate dal sovrintendente «lesive della dignità dell’istituzione» – si inserisce infatti in una fase nuova della strategia di Giorgia Meloni: quella della selezione drastica, della linea dura su tutto ciò che rischia di trasformarsi in zavorra reputazionale.
A formalizzare la decisione è stato il sovrintendente Nicola Colabianchi, che ha ammesso come «tagliare Venezi mi è costato», spiegando che le parole della direttrice hanno reso inevitabile una scelta «definitiva». Un passaggio tutt’altro che indolore, maturato dopo settimane di tensioni crescenti, scioperi e proteste dei lavoratori del teatro, che avevano contestato fin dall’inizio una designazione percepita come politica. Le dichiarazioni di Venezi, che hanno preso di mira quella stessa orchestra che avrebbe dovuto dirigere, hanno rappresentato il punto di rottura definitivo, rendendo impossibile qualsiasi mediazione.
E proprio questo è il punto: Venezi non è un’esponente di governo, ma negli ultimi anni è diventata una figura simbolica del mondo culturale vicino alla premier, senza mai nascondere simpatie e rapporti personali. Un profilo che l’ha resa centrale in un dibattito culturale sempre più polarizzato, in cui le nomine artistiche finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con gli equilibri politici.
Quando le prime crepe erano emerse, la reazione di Palazzo Chigi era stata in linea con il copione già visto: difesa compatta, nessuna apertura alle critiche, tentativo di resistere all’onda. Lo stesso schema adottato nei casi della ministra Daniela Santanchè, del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Situazioni diverse per natura e peso politico, ma accomunate da una gestione iniziale improntata alla chiusura e alla difesa ad oltranza, anche quando il clima dell’opinione pubblica iniziava a mutare.
Ma qualcosa, nel frattempo, è cambiato. La sconfitta referendaria ha segnato un punto di non ritorno nella gestione del consenso. Non più resistenza a ogni costo, ma una strategia più selettiva, quasi chirurgica. Tagliare dove serve, evitare che singoli casi diventino detonatori di una crisi più ampia. È una linea che si sta imponendo progressivamente, anche a costo di sacrificare figure considerate fino a poco tempo fa parte di un perimetro amico.
Non a caso, mentre l’opposizione affonda il colpo – il deputato M5S Gaetano Amato parla di «Waterloo del governo Meloni» e accusa il sovrintendente di aver «scaricato Venezi come una Santanchè qualunque quando ha capito che il vento era cambiato» – dalla maggioranza arriva una risposta più istituzionale che politica. La deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli invita a «rispettare le decisioni di un sovrintendente che è assolutamente indipendente», mentre il ministro della Cultura Alessandro Giuli definisce il licenziamento «atto autonomo e insindacabile».
È qui che si coglie il vero cambio di passo. Palazzo Chigi si affretta a smentire qualsiasi coinvolgimento diretto della premier: «Nessun via libera», nessuna interferenza. Una precisazione formale, necessaria per evitare frizioni ulteriori, ma che sul piano politico assume un significato diverso. Non c’è più l’esigenza di esporsi, di mettere il timbro della leadership su ogni partita. Al contrario, la scelta è quella di mantenere una distanza che consenta margini di manovra più ampi.
Il caso Venezi, per quanto diverso nella forma, si allinea così a una logica ormai evidente: quando una figura – politica o meno – diventa un problema per l’immagine complessiva del governo, la protezione si ritrae. Non c’è più spazio per battaglie simboliche destinate a logorare consenso. Meglio intervenire prima che il danno diventi strutturale, anche a costo di smentire implicitamente decisioni recenti o di lasciare scoperti rapporti personali consolidati.
In questo senso, Venezia diventa un laboratorio politico oltre che culturale. La gestione della vicenda mostra una premier sempre più concentrata sull’obiettivo di arrivare alle prossime elezioni con il campo sgombro da dossier ingombranti e da figure divisive. Una strategia che punta a ricompattare il consenso, evitando di offrire all’opposizione nuovi terreni di attacco.
E allora poco importa che da Palazzo Chigi si continui a rivendicare l’estraneità alla decisione. Nella sostanza, il segnale è arrivato forte e chiaro: nessuno è indispensabile, nemmeno chi, fino a ieri, sembrava intoccabile. È la politica del disimpegno selettivo, della presa di distanza quando necessario. Un cambio di paradigma che, al di là del caso specifico, racconta molto della fase difficoltosa che attraversa il governo e delle mosse che accompagneranno la marcia verso le urne.
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