Quella magnifica ossessione delle toghe che risponde al nome di Marcello Dell’Utri
Il teorema secondo cui Berlusconi avrebbe pagato il silenzio del suo braccio destro è caduto da tempo, ma c'è chi non vuole arrendersi.
Marcello Dell’Utri non è più il ricattatore che estorceva denaro a Silvio Berlusconi in cambio del proprio silenzio sulle stragi. Ma poiché il sale sulla coda ormai glielo hanno messo, non si può lasciarlo andare, così a Milano il prossimo 9 luglio l’ex presidente di Publitalia sarà processato davanti alla seconda sezione penale del tribunale per aver aggirato la legge Rognoni-La Torre sulle misure di prevenzione dell’antimafia.
E non aver segnalato, nei dieci anni successivi alla sua condanna per “concorso esterno”, ogni donazione che il suo amico fraterno Silvio Berlusconi gli elargiva per affetto e solidarietà per le persecuzioni giudiziarie subite proprio a causa di questa amicizia e dell’ossessione nutrita da alcuni procuratori nei confronti del fondatore di Forza Italia. Si tratta comunque di un lieve reato, un’omissione di segnalazione di conti comunque trasparenti, prescrivibile in sei anni.
Infatti una parte della cifra totale della donazione è già prescritta. Insieme a Dell’Utri sarà processata la ex moglie Miranda Ratti, imputata di intestazione fittizia di beni, per il semplice fatto che i magistrati non credono al fatto che lei e l’ex marito siano davvero separati. Il fatto stesso che i due ex coniugi ogni tanto pranzino insieme dimostrerebbe l’espediente finalizzato ad aggirare la legge. Ma la novità clamorosa è il fatto che, nel silenzio generale, sia crollato nell’inchiesta, fin dal provvedimento del gup di Firenze che aveva accolto la richiesta degli avvocati Francesco Centonze e Filippo Dinacci di trasferire questa parte del processo a Milano, il movente che avrebbe spinto Berlusconi a pagare il suo amico.
E il suo amico Marcello a batter cassa. Tutto era nato nella mente di coloro che erano nel 2017 i procuratori aggiunti di Firenze, Luca Tescaroli (oggi a Prato) e Luca Turco, ormai in pensione, e che indagavano sulle stragi mafiose del 1993 e 1994. Anzi il primo dei due aveva aperto il primo fascicolo a Caltanissetta fin da quando era un giovane sostituto. Erano seguite da allora quattro archiviazioni. Ma l’inchiesta di Firenze era diventata una fisarmonica pronta a riaprirsi ogni volta che si era alla vigilia della quinta archiviazione. Che stiamo ancora attendendo come inevitabile. L’idea-base dell’inchiesta era fondata sull’assunto che Silvio Berlusconi con Marcello Dell’Utri fosse il mandante di quelle stragi del 1993, fino a quella fallita dello stadio Olimpico di Roma dell’inizio del 1994.
Poi, sempre secondo la tesi della procura di Firenze, con la nascita di Forza Italia e la vittoria dei Berlusconi del 27 marzo 1994, le bombe mafiose erano cessate in quanto non più necessarie. Missione compiuta, con la sconfitta di Achille Occhetto e della sinistra, e la vittoria del centrodestra. All’interno di questo quadro giudiziario, ogni elargizione di Berlusconi nei confronti di Dell’Utri, sia per le spese processuali che per l’aiuto a una famiglia colpita dalle inchieste soprattutto a causa del legame con l’imprenditore di Arcore, è stata interpretata come prezzo del silenzio. Persino le parole intercettate della moglie Miranda, che al telefono con le amiche mostrava tutta la preoccupazione per quanto accaduto ai familiari e qualche comprensibile risentimento nei confronti del “colpevole” Berlusconi, venivano interpretate come facenti parte del ricatto.
La Dda di Firenze un anno fa, nell’atto di chiusura delle indagini e poi nel chiedere il rinvio a giudizio, era stata molto esplicita sul proprio castello d’accusa. «Con l’aggravante -così aveva appesantito il reato- di aver commesso i delitti di trasferimento fraudolento al fine di occultare la più grave condotta di concorso nelle stragi ascrivibile a Silvio Berlusconi e allo stesso Dell’Utri, per la quale Berlusconi è stato indagato unitamente al medesimo Dell’Utri, sino al momento del suo decesso avvenuto in epoca successiva all’ultima elargizione contestata, costituendo le erogazioni di quest’ultimo il quantum percepito da Dell’Utri per assicurare l’impunità a Silvio Berlusconi».
L’ossessione Dell’Utri, che era poi il riflesso dell’ossessione Berlusconi era stata annunciata, come sempre, dalla via mediatica. Già un anno prima della chiusura delle indagini, era stata La Repubblica ad annunciare trionfalmente il contenuto di una relazione della Dia con questo titolone: «Quei trentamila euro al mese da Berlusconi a Dell’Utri. La Dia: il prezzo del silenzio». L’informativa considerava le elargizioni «sicuramente connesse a un riconoscimento anche morale, l’assolvimento di un debito non scritto, la riconoscenza, per quanto riguarda l’ultimo periodo, per aver pagato un orezzo connesso alla carcerazione, senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi».
Eccolo qui il teorema. Il potente uomo d’affari e di governo che commissiona le stragi per conquistare il potere. E il suo strumento, il fedele scudiero che sopporta persino la carcerazione, ma non parla. E il suo capo che lo premia con il denaro. Tutto crollato, però. Dell’Utri sarà processato solo per una piccola omissione fiscale imposta dalle leggi antimafia. Su cui i suoi avvocati si dicono certi dell’assoluzione, dal momento che sulla vicenda hanno già archiviato diversi giudici e due volte la cassazione.
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