La giustizia in Italia continua a non funzionare
Per questo il tema non è chiuso con il referendum e non può essere messo sotto il tappeto facendo finta che la Costituzione più bella del mondo sia salva e che siano perciò finiti i problemi.
La Pasqua è alle spalle e il referendum si allontana. Ma non possiamo permetterci di archiviare i tanti problemi che stanno alla base della domanda di cambiamento che ha rappresentato.
Perché la giustizia in Italia continua a non funzionare. E non è solo perché non stiamo al passo delle nuove tecnologie. Il motivo più serio è che è un sistema incerto nei ruoli, nelle regole e nei limiti.
Non lo dicono soltanto le statistiche. Lo hanno detto, in modo inequivoco, gli oltre dodici milioni di italiani che hanno votato Sì. E, finita la campagna elettorale, tornano ad ammetterlo anche molti tra coloro che hanno votato No. È un dato difficilmente contestabile e molto preoccupante.
Quando la giustizia non funziona, il problema non resta nei tribunali. Entra nella vita delle persone. Incide sulle scelte personali, sul lavoro, sulla possibilità stessa di programmare il futuro. In definitiva, mette in pericolo la credibilità dello Stato.
Accade nel penale, quando una vita può restare sospesa per anni, senza tempi certi e con esiti imprevedibili — non di rado ingiusti. Nel frattempo, tutto cambia: lavoro, relazioni, reputazione. Accade nel civile, quando far valere un diritto richiede tempo e risorse tali da scoraggiare anche chi avrebbe ragione. E così non vince chi ha ragione, ma chi può resistere. Accade nel sistema tributario, quando regole incerte e interpretazioni mutevoli espongono chi opera in buona fede al rischio di vedersi contestare, anche a distanza di anni, decisioni già assunte.
Il punto, in tutti questi casi, è uno solo: ciascuno di noi troppo spesso non capisce quali conseguenze produrranno le proprie azioni e quelle altrui. Semplificando — ma non troppo — il problema è proprio questo: la difficoltà di prevedere, con un ragionevole grado di affidabilità, l’esito giuridico delle proprie scelte.
Non è solo un problema giuridico. È un problema di potere: perché quando le conseguenze non sono prevedibili, decide chi interpreta, non chi ha scritto la regola secondo un mandato democratico. E quando questo accade, si smette di decidere davvero e di mettersi in gioco. Si rinvia, ci si difende, si evita di esporsi, si cercano protezioni. La giustizia smette così di essere una garanzia e diventa un fattore di arretramento — non solo economico, ma culturale.
Per questo il tema non è chiuso con il referendum e non può essere messo sotto il tappeto facendo finta che la Costituzione più bella del mondo sia salva e che siano perciò finiti i problemi della giustizia. Il nodo, a questo punto, non è se intervenire, ma quale idea di giustizia vogliamo. E questa è una responsabilità nostra, prima ancora che della politica. Perché il punto, prima che tecnico, è culturale.
Da un lato, una giustizia che si fonda su regole chiare, limiti definiti, separazione dei poteri, responsabilità. Una giustizia che consente di sapere prima quali sono le conseguenze delle proprie azioni e, proprio per questo, rende possibile decidere, investire, assumersi rischi.
Dall’altro, una giustizia ipertrofica e incerta che si espande attraverso l’interpretazione giurisprudenziale, che sposta il baricentro sull’iniziativa giudiziaria e accetta un margine di discrezionalità sempre più ampio, che nei casi limite può avvicinarsi all’arbitrio.
Il sistema reale mostra una linea di tendenza verso quest’ultimo modello di giustizia – ed è su questa che merita di aprirsi un confronto trasparente e serio. Perché deve essere chiaro che non sono due varianti dello stesso modello; sono due idee molto diverse di società. Nel primo caso, la legge orienta i comportamenti e delimita il potere giudiziario. Nel secondo, è il potere giudiziario che finisce per definire le regole e sancire i diritti.
Ed è qui che il tema della responsabilità non può più essere eluso. Perché quando il perimetro si allarga e i confini diventano incerti, il ruolo della magistratura nella società cresce — ma non cresce in modo proporzionale la responsabilità per le conseguenze delle sue decisioni. Anzi, si produce uno squilibrio: più aumenta il potere giudiziario, più si attenua la responsabilità dei magistrati.
È un tema delicato, che il referendum poteva in parte risolvere e che va certamente tenuto in equilibrio con il principio di indipendenza della funzione giurisdizionale, ma che non può essere rimosso dal dibattito pubblico. Anzi, bisogna avere la forza di spiegare che è centrale.
In un sistema del secondo tipo, l’incertezza non è un effetto collaterale. È un risultato. Non perché qualcuno lo voglia esplicitamente, ma perché è la conseguenza naturale di un modello che estende il ruolo della magistratura oltre i confini che, secondo la Costituzione, le sono propri.
Prendiamo il caso della materia penale. Nella giustizia che serve, il diritto penale resta ciò che deve essere — extrema ratio a tutela della sicurezza, individuale e collettiva, privata e pubblica — e non diventa lo strumento ordinario di regolazione dei rapporti economici e sociali. Perché quando l’intervento penale si espande oltre i suoi confini, non rafforza le tutele: introduce rischi. Blocca le iniziative. Blocca gli investimenti. Blocca la crescita. Blocca, in definitiva, la capacità di assumersi responsabilità.
I tantissimi italiani che hanno votato Sì lo hanno bene inteso e rappresentano un punto di partenza, non un confine. Ed è sulle ragioni alla base della loro domanda di cambiamento che bisogna costruire, anche per convincere chi ha votato No dell’importanza del rinnovamento e del rischio che la conservazione del modello esistente comporta.
È qui che si misura la responsabilità della politica. Quando smette di scrivere le regole con chiarezza e di rivendicare le proprie prerogative, non abdica soltanto a una funzione; sposta l’equilibrio dei poteri e perde progressivamente credibilità. E quando la credibilità si indebolisce, il dibattito si sposta dalle regole ai singoli casi, dalle riforme agli episodi. È così che il sistema si blocca. Ed è così che ogni riforma diventa impossibile.
di Guido Camera (Avvocato cassazionista del foro milanese) su Huffpost
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