La Corte dei conti contro il Governo
Dopo l’Anm, anche il sindacato dei magistrati contabili sale sulle barricate. «Separare le carriere è un attacco all'indipendenza».
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Il popolo si è espresso: la separazione delle carriere non piace. Per questo, se il No vale per i magistrati ordinari, deve valere anche per quelli contabili. Questo il grido di battaglia dell’Associazione magistrati della Corte dei conti, che in conferenza stampa ha chiesto al governo di fermare la riforma della magistratura contabile in nome della Costituzione. «Il risultato referendario ha espresso in modo inequivocabile la volontà dei cittadini di preservare l’equilibrio costituzionale e le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura. Riproporre soluzioni analoghe a quelle già respinte rischia di determinare una frattura rispetto a tale indirizzo», ha dichiarato il presidente Donato Centrone. Dopo l’Anm, ecco dunque un altro sindacato delle toghe pronto alla battaglia, con meno veemenza ma non con meno convinzione.
La norma si articola in disposizioni già vigenti, in materia di funzioni giurisdizionali e di controllo, e in una delega al governo da attuare entro un anno. Su quest’ultima si concentrano le criticità: nata dopo la bocciatura governativa sui fondi Pnrr, la riforma è apparsa a molti come una vendetta. Il pericolo, secondo il sindacato, è l’ipotesi che l’attuazione della legge delega possa condizionare i singoli pm contabili nell’esercizio delle loro funzioni, con un procuratore generale che acquisirebbe il potere di orientare, promuovere o frenare le contestazioni per danno erariale su tutto il territorio nazionale.
Una concentrazione di potere nelle mani di una sola figura, così come prevista dalla riforma, accrescerebbe infatti inevitabilmente il rischio di interferenze esterne, minacciando la necessaria indipendenza della funzione requirente della Corte. Inoltre, la separazione delle funzioni sfocerebbe, di fatto, in una separazione delle carriere. Da qui la richiesta di «rimeditare l’attuazione, in particolare nelle parti connesse all’esito referendario, e di avviare un confronto per individuare soluzioni che rispettino il dettato costituzionale e valorizzino il ruolo della Corte nella tutela delle risorse pubbliche», ha aggiunto Centrone.
Se prima la battaglia appariva poco popolare, la passione per la Costituzione emersa nella campagna referendaria ha spinto il sindacato a battere il ferro finché è caldo. L’appello è rivolto alla società civile e alla stampa, affinché facciano da megafono contro norme che separino pm e giudici e trasformano il coordinamento del procuratore generale in una impropria forma di gerarchizzazione che annulla l’autonomia dei Pm regionali. Tutto ciò in contrasto con la volontà popolare, che invece ha celebrato l’autonomia dei magistrati.
È Paola Briguori, già presidente dell’Associazione magistrati della Corte dei conti e attuale componente del direttivo, che ha partecipato ai Comitati per il No al referendum, la più appassionata tra i relatori. «La società civile ha detto no alla separazione delle carriere, ma soprattutto a un disegno costituzionale diverso da quello che è stato scritto dai padri costituenti – ha evidenziato -. Le due riforme (quella sui magistrati contabili e quella sui magistrati ordinari, ndr) sono espressione di un unico disegno molto pericoloso: allentare il controllo sul territorio nella lotta anche allo spreco. Non stiamo più parlando di paura della firma, ma della perdita di presidi sul territorio, presidi di legalità». Con la riforma, i pubblici ministeri resterebbero isolati, perdendo anche «pezzi di carriera» e legati a un rapporto di forte gerarchia col procuratore generale a Roma. «Per noi che siamo rimasti gli unici a subire questo – ha sottolineato Briguori – vuol dire anche una grande umiliazione».
Adriano Gribaudo, consigliere della Corte dei conti, ha rincarato la dose: «Questa norma nullificherebbe l’indipendenza interna degli uffici e dei magistrati: attuata questa delega, il procuratore generale avrebbe il potere di controllare tutti i fascicoli mediante accesso telematico. Si andrebbe a creare un occhio vigile a distanza, ma è di fatto come se fosse dietro la scrivania di ciascun procuratore che opera sul territorio». A ciò si aggiungerebbero la firma obbligatoria del Pg sui fascicoli delicati, che comporterebbe «una concentrazione di potere immensa», e la possibilità di avocazione dei fascicoli.
Angelo Quaglini ha denunciato il rischio di disfunzioni operative derivanti dal principio di unitarietà, ribadendo che l’organizzazione regionale garantisce prossimità ed efficacia del controllo. Elena Papa, giudice contabile nella sezione della Toscana e componente del direttivo Associazione magistrati Corte dei Conti, ha invece citato il comunicato del Csm francese, che ha salutato come un traguardo di civiltà il referendum, dichiarando la volontà di arrivare allo stesso esito. «L’Italia si pone come portabandiera dell’indipendenza del giudice e dell’unitarietà della magistratura – ha evidenziato -. Lo svolgimento di più funzioni nel corso della carriera è uno strumento di arricchimento della professionalità. Questa delega è irrazionale: il controllo concomitante “a richiesta” diventerebbe uno strumento nelle mani dello stesso controllato, in piena contraddizione con un sistema che voglia davvero garantire il corretto uso del denaro pubblico».
Secondo Centrone, le norme rischiano anche di pregiudicare la vigilanza sui fondi Pnrr. Presente il senatore M5S Roberto Scarpinato, che ha inquadrato la riforma nella strategia di sottomettere la magistratura al potere politico, collegandola all’innalzamento delle soglie per gli appalti e all’abolizione dell’abuso d’ufficio: «Hanno castrato i controlli, garantendo l’irresponsabilità dei pubblici amministratori e aprendo varchi alle mafie». L’ex procuratore ha ipotizzato un referendum abrogativo contro questa «legge vergogna», auspicando l’intervento della Consulta o del popolo. Il dibattito si è chiuso con il richiamo ad una possibile questione di legittimità costituzionale. Se Centrone ha ricordato che la questione è «appannaggio dei singoli collegi» (citando l’esempio dei colleghi pugliesi che hanno già sollevato dubbi sulla limitazione dei risarcimenti), è stata Briguori a lanciare l’appello finale più accorato: «Viva la Costituzione, basta leggerla per capire che questa riforma è carta straccia
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