Natalia Ceccarelli lascia l'Anm: «Ha tradito la sua missione...»
Durissimo attacco della magistrata, che ha annunciato le proprie dimissioni durante il primo "parlamentino" post referendum: «L'associazione ha smarrito il senso della sua finalità rappresentativa»
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Il durissimo attacco rivolto ai colleghi dell’Anm da Natalia Ceccarelli, eletta nel Comitato direttivo centrale dell’Associazione con il gruppo CentoUno, che sabato 28 marzo, nel corso del primo “parlamentino” post referendum, ha annunciato le proprie dimissioni dal direttivo del “sindacato” delle toghe. Ecco di seguito il testo del suo intervento.
«Preannuncio oggi la mia volontà di rassegnare le dimissioni dal Comitato Direttivo Centrale dell’Anm. Formalizzerò nei prossimi giorni tale decisione. È diventata per me intollerabile la permanenza in una associazione che ha smarrito il senso della sua finalità rappresentativa di tutte le idealità che ispirano l’essere magistrato. Il danno di immagine prodotto da questa campagna referendaria – nella eterogenesi dei fini di questa riforma – è ormai irreversibile, e di esso pagheranno le spese le generazioni future di magistrati.
Nessun cittadino si sentirà più garantito nelle aule di giustizia al cospetto di individui che amministrano la legge “in nome del popolo italiano” dopo aver assistito alle scene di giubilo di cui si sono resi protagonisti i magistrati stessi, con balli e cori da stadio intonati contro il massimo esponente di un altro potere dello Stato, e contro una giovane collega ben individuata e individuabile, che è stata implicitamente additata come nemico della collettività.
Non ho mai, finora, incontrato personalmente la collega. Penso, in ogni caso, che gli addebiti che le sono stati mossi in merito al contenuto delle dichiarazioni che ella ha reso durante la campagna referendaria, e che altri colleghi dovranno eventualmente accertare in altra sede, giammai avrebbero potuto giustificare simili condotte di messa all’indice e di conseguente isolamento, perpetrate alla presenza di Alti esponenti degli uffici giudiziari e degli stessi membri di questo Comitato Direttivo Centrale. Nessuna voce di condanna, nessuna presa di distanze, nessuna doverosa richiesta di scuse si è levata da costoro, né dai vertici associativi, che hanno, invece, liquidato l’episodio – che va ben oltre la caduta di stile – come lo sfogo goliardico di chi “è stato sotto attacco”.
L’attacco era, invero, rappresentato da uno sguaiato, scomposto, maldestro e politicamente malfermo tentativo di etero-riforma della magistratura, compiuto dalla politica, comunque, nel rispetto delle procedure di revisione costituzionale, al quale la magistratura associata ha reagito con una martellante campagna di disinformazione, senza farsi scrupolo di utilizzare i più discutibili luoghi di diffusione, ivi compresi i luoghi di culto.
Il messaggio deviante propinato alle nuove generazioni sulla genesi storica delle modifiche costituzionali bocciate, e, segnatamente, sulla separazione delle carriere, costituisce un allarmante episodio di manipolazione storico-giuridica ed un vero e proprio furto di verità. Finanche la viva voce del padre del nuovo codice di procedura penale è stata negletta in nome della difesa dell’unità delle carriere, che affonda, questa sì, le sue radici nell’ordinamento fascista prerepubblicano. Solo gli operatori del diritto per i quali la separazione delle carriere ed il sorteggio rappresentavano le battaglie ideologiche di una vita hanno tentato, invano, di ricondurre il confronto nei termini che esigeva e meritava un così importante momento di partecipazione democratica alla vita del Paese.
So bene che la storia la scrivono i vincitori. Ma non vedo vincitori su questo campo di battaglia. Mi dimetto perché resto profondamente fedele ai principi ispiratori di questa associazione e a quelli del Movimento che ho avuto l’onore di rappresentare, e che ho sempre fedelmente e disinteressatamente rappresentato in questo consesso, anche con le chiare scelte di campo operate durante la stagione referendaria, sperando che gli uni e gli altri possano, un giorno, essere degnamente perseguiti altrove. Vi auguro di ritrovare la strada. Io ho la certezza che la strada non è più questa».
Da Il Dubbio
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