Il giorno dopo, tra rivalsa e delegittimazione
Perché una vittoria, quando diventa licenza di colpire l’altro, somiglia alla notte dei lunghi coltelli.
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Lo aveva promesso Gratteri: “faremo i conti dopo il referendum”. E i conti sono arrivati, ma non nelle sedi della riflessione istituzionale. Sono arrivati sui social, nel linguaggio più immediato e meno responsabile, dove una parte della magistratura ha trasformato la vittoria del No in qualcosa di più simile a una resa dei conti.
Il punto non è il giudizio sulla riforma, né l’esultanza per l’esito. Il punto è il bersaglio. Perché nel mirino non sono finiti solo i sostenitori politici del Sì, ma soprattutto gli avvocati: accusati, in modo indistinto, di scrivere atti “imbarazzanti”, invitati ad “abbandonare la toga”, descritti come indegni della funzione che esercitano. Non è critica, è delegittimazione.
E qui si apre una frattura che va oltre il caso singolo. L’avvocatura non è una controparte da umiliare, ma uno dei cardini del sistema di giustizia. Colpirla in modo generalizzato, dall’“angolo privilegiato” di una funzione apicale, significa incrinare quell’equilibrio tra accusa, difesa e giudizio che dovrebbe essere il fondamento stesso della giurisdizione.
La reazione — formale, dura, istituzionale — di chi ha chiesto conto di queste parole non è corporativa. È, al contrario, la richiesta minima di rispetto reciproco tra ruoli che devono restare distinti ma paritari nella dignità.
Il referendum sulla separazione delle carriere si è chiuso con una vittoria netta del No. Ma se il giorno dopo diventa il tempo delle invettive contro gli avvocati e della delegittimazione interna alla stessa magistratura, allora il problema non è più la riforma mancata. È la cultura istituzionale che emerge quando si vince.
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