Giustizia dopo referendum serve dialogo e toni bassi tra magistrati
Santalucia invita a superare scontri con avvocatura, riconoscere criticità sistema e lavorare insieme su riforme senza stravolgere Costituzione vigente attuale.
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Parla Giuseppe Santalucia, già presidente dell’Anm: «Abbiamo assistito a posizioni di scontro oltre misura, che mi hanno anche amaramente sorpresa. Ma occorre mettere alle spalle asprezze e toni rancorosi»
Santalucia, già presidente dell’Anm, chi ha vinto e chi ha perso al referendum?
Non ne farei una questione di vittoria o di sconfitta di schieramenti. Ha prevalso un’idea, che condivido pienamente: le riforme della giustizia devono prescindere da revisioni costituzionali dell’assetto dei poteri. La Costituzione ha ancora una importante vitalità e una qualità di modernità che l’elettorato ha perfettamente compreso.
Nordio, ma non solo lui, teme che l’Anm diventi un soggetto politico ancora più forte che si opporrà a qualsiasi proposta di riforma. È così?
Sono fantasticherie: non riconosco alcuna consistenza a questo timore che, a prescindere dalla buona fede di chi lo esterna e su cui non indugio, viene immesso avventatamente in un dibattito pubblico ancora abbastanza acceso per i postumi della campagna referendaria. L’Anm è un soggetto associativo, un soggetto collettivo che partecipa da sempre, da oltre un secolo, al dibattito sui temi della giustizia. Definirlo politico in senso partitico è una distorsione del dato di realtà che genera confusione. Se non fosse troppo forte, direi che intorbida le acque.
Non vuole rimproverare proprio nulla alla campagna portata avanti dalla Anm?
A memoria non ricordo toni inaccettabili. Anche quel contestatissimo manifesto apparso nelle stazioni ferroviarie, che poi ha portato addirittura ad una denuncia penale, è la sintesi di un pensiero che siamo stati in grado di spiegare. Ovviamente non avremmo potuto in un manifesto contenere tutte le argomentazioni, ma abbiamo detto perché l’indebolimento del potere giudiziario avrebbe, come contraccolpo inevitabile, portato ad una maggiore presenza della politica nell’amministrazione della giustizia.
Quattordici milioni di italiani hanno detto No a questa riforma, ma anche dodici milioni di loro chiedono una giustizia diversa.
Io addirittura dico che anche tra quei 14 milioni che hanno votato No ci possono essere elettori per i quali non va tutto bene nel mondo della giustizia. Noi siamo i primi, seppure sostenitori del No, a dire che ci sono delle criticità. Dobbiamo individuare però i piani di intervento.
Quali ad esempio?
Quello della gestione delle risorse. Noi siamo reduci dalla riforma Cartabia del processo penale, civile e dell’ordinamento giudiziario di appena 4 anni fa che necessita di strumenti e di risorse per essere compiutamente realizzata, al di là della sua piena condivisibilità.
Diversi suoi colleghi sia on che off sostengono che non si può far finta di nulla adesso e che occorre riformare l’organo di governo autonomo soprattutto per depotenziare il carrierismo. È d’accordo e se sì cosa propone?
Il problema del carrierismo è soprattutto un problema di cultura, non solo e non tanto di norme. Dalla riforma Castelli a quella Cartabia c’è stata una legislazione dell’ordinamento giudiziario che ha implementato il senso della carriera. Il legislatore dovrebbe fare una inversione a U e restituire alla magistratura un’idea della professione che non sia legata a progressioni in carriera, a incarichi come fossero delle promozioni. Tutto questo favorirebbe un processo culturale che vedo già in atto: molti magistrati sono tornati numerosi ad impegnarsi nella vita associativa, che è il più grande antidoto che io conosca alla fascinazione della carriera. Se fossi il legislatore ripenserei a tutti gli errori commessi e proverei a dare un’attuazione quanto più fedele possibile della Costituzione (appunto, assai più moderna di quanto si creda), specificamente del principio secondo cui i magistrati si distinguono solo per funzioni.
Anche sul tema del processo sono emerse criticità ad esempio sul rapporto tra gip e pm, come pure lei aveva evidenziato.
Nei tantissimi confronti referendari ho colto, in parte dell’avvocatura penale, una grandissima insoddisfazione non tanto per l’intero processo quanto per la sua fase iniziale, delle indagini preliminari, luogo in cui si verificherebbero, a giudizio di molti avvocati, le anomalie e gli squilibri. Bene, su quella fase credo si debba riflettere ancora. Personalmente personale penso che la riforma Cartabia non sia stata, per questa parte, la soluzione migliore. Per raggiungere finalità di economia processuale, le indagini sono state appesantite di compiti e garanzie, non potendosi poi pretendere che conservino la originaria funzione del modello iniziale del codice, di una fase destinata a non contare nel prosieguo processuale. Posso aggiungere una cosa?
Prego.
A me pare, per quanto possa sembrare un paradosso, che parte dell’avvocatura, da un lato predichi una fedeltà senza se e senza ma al processo accusatorio, e dall’altro sia percorsa, seppure inconsapevolmente, da nostalgie di un giudice istruttore.
A proposito di avvocatura, in questi mesi si sono lacerati i rapporti con quella penalista.
Abbiamo assistito a posizioni di scontro oltre misura, che mi hanno anche amaramente sorpreso. Credo che però la maturità di tutti gli attori di questa campagna referendaria, che resta una felice esperienza non foss’altro che per l’alto tasso di affluenza alle urne, debba portare a mettersi alle spalle asprezze e toni rancorosi, per favorire una riflessione serena sul da farsi. Io lo farò senza dimenticare.
In che senso?
Non dimenticare non per mantenere un atteggiamento battagliero, ma per cercare di comprendere fino in fondo quanto malessere c’è e quali siano le sue reali ragioni, che solo in parte possono dipendere dalla magistratura.
Eppure Luca Poniz in un post su Facebook ha attaccato l’avvocatura dicendo che i dirigenti devono dimettersi per una «campagna violenta e volgare e collaterale a posizioni politiche». Più che pompiere, butta benzina.
Verrà molto presto il tempo della riflessione più serena, ma bisogna pur comprendere ora le reazioni di chi ha ricevuto per mesi e mesi accuse immeritate. La magistratura, con le sue prime riflessioni a caldo, ha già piena consapevolezza del percorso da riprendere, arricchita dall’esperienza referendaria.
E pure il suo collega di Cassazione, Francesco Agnino, ha invitato da Facebook gli avvocati ad abbandonare la toga per quanto male scrivono i ricorsi.
Non amo questo tipo di linguaggio e di comunicazione. Ribadisco: comprendo che ci siano ancora, qua e là, fuochi della aspra conflittualità referendaria, ma è nostro dovere fare un passo in avanti.
Cosa ha pensato invece dei festeggiamenti sulle note di Bella ciao dei suoi colleghi del tribunale di Napoli?
Io ho festeggiato, con amici e in privato, per condividere una giusta soddisfazione per un impegno costato fatica e tempo ma assolutamente coinvolgente . In questi momenti, in cui la magistratura è la sorvegliata speciale di questo Paese, consiglio cautela perché anche i gesti che possono essere i più spontanei, ed estranei a sentimenti di arroganza, divengono poi oggetto per giorni e giorni di letture maliziose. Si può festeggiare, si deve festeggiare, ma evitando di esporsi alle facili critiche.
Il presidente dell’Anm Parodi si è dimesso. Come dovrà essere il suo successore?
Se fossi ancora nel Cdc lo inviterei ad uno sforzo ulteriore. Ha rappresentato bene la magistratura associata: capisco e taccio di fronte alle esigenze personali, ma se c’è ancora uno spazio per un ripensamento, gli chiederei di rimanere al suo posto perché in questo momento la sua Presidenza è importante. Se così non sarà, bisognerà trovare rapidamente, senza perdersi in discussioni, un Presidente interprete dell’unità della magistratura, dell’unità reale che abbiamo felicemente ri-scoperto in questi intensi mesi di impegno referendum
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