Magistrati contro avvocati: dopo il voto esplode una guerra di rivalsa
Invettive, delegittimazioni e richieste di epurazione: il clima post-referendum svela una frattura profonda e inquietante nella giustizia italiana, dove il confronto democratico lascia spazio a toni incompatibili con il ruolo costituzionale
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Il giorno dopo il referendum sulla separazione delle carriere non porta con sé soltanto l’eco di una vittoria politica, ma anche il rumore sordo di una frattura che si allarga. Non è il dissenso, fisiologico in una democrazia, a preoccupare. È il modo in cui questo dissenso si manifesta. Perché quando il confronto scivola nell’invettiva e nella delegittimazione personale, il problema smette di essere politico e diventa istituzionale.
Le parole attribuite al giudice di Cassazione Francesco Agnino, affidate a un post poi rimosso, rappresentano un punto di non ritorno nel dibattito pubblico tra magistratura e avvocatura. Non si tratta di una critica nel merito della riforma, né di una presa di posizione, per quanto netta, su un tema divisivo. Qui siamo davanti a un attacco diretto alla dignità professionale di una categoria e, più in generale, di chiunque abbia sostenuto una posizione diversa.
Definire “imbarazzanti” gli scritti di avvocati e magistrati favorevoli al Sì, invitandoli ad “abbandonare la toga”, non è una semplice uscita infelice. È un messaggio che contiene in sé un’idea precisa: quella per cui chi non condivide una certa visione non è soltanto in errore, ma è indegno di esercitare la propria funzione. È un salto logico e culturale pericoloso, perché introduce un criterio di appartenenza ideologica laddove dovrebbe esistere solo il rispetto delle regole e delle competenze.
La reazione dell’avvocatura, con la segnalazione formale inviata alle massime istituzioni giudiziarie e al Ministero della Giustizia, non è quindi una difesa corporativa, ma una richiesta di tutela del perimetro costituzionale. Un magistrato, soprattutto se collocato al vertice della giurisdizione, non può permettersi di scendere nell’arena con toni da polemica social, perché la sua parola non è mai neutra. Ha un peso, un’autorità, una funzione che impongono misura, equilibrio e rispetto.
E invece, proprio questo sembra essere venuto meno nel clima post-referendario. Non è un caso isolato. Anche altri interventi, come quelli dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Poniz, pur espressi con toni diversi, contribuiscono a rafforzare l’idea di una magistratura schierata, che rivendica un ruolo politico oltre che istituzionale. La vittoria del No viene celebrata non solo come esito democratico, ma come successo di una battaglia identitaria, quasi esistenziale.
Il punto, allora, non è stabilire chi abbia ragione nel merito della riforma. Il punto è chiedersi se sia accettabile che, all’indomani di un voto, si apra una stagione di regolamenti di conti verbali, di “sassolini nelle scarpe” che diventano pietre lanciate contro chi ha semplicemente esercitato il proprio diritto di esprimersi.
L’immagine evocata da alcuni commentatori — procure trasformate in curve ultras — può sembrare eccessiva, ma coglie un elemento reale: la trasformazione del confronto in tifoseria. E quando le istituzioni assumono i tratti della tifoseria, il rischio è quello di perdere la loro credibilità agli occhi dei cittadini.
In questa vicenda c’è un dato che non può essere ignorato: oltre dodici milioni di italiani hanno votato a favore della riforma. Non sono una minoranza residuale, né un incidente statistico. Sono una parte consistente del Paese, che ha espresso una visione diversa dell’equilibrio tra accusa e difesa. Liquidare questa posizione con sarcasmo o disprezzo significa, in ultima analisi, delegittimare una quota rilevante della sovranità popolare.
La democrazia non si esaurisce nel principio di maggioranza. Vive anche — e soprattutto — nella capacità di riconoscere dignità e spazio alle minoranze. È questo il terreno su cui si misura la maturità delle istituzioni. Non nella vittoria, ma nel modo in cui si gestisce il dissenso.
Se il dibattito sulla giustizia deve continuare — e deve continuare — serve un cambio di tono radicale. Servono parole che costruiscano, non che distruggano. Servono posizioni ferme, ma rispettose. Perché il rischio, altrimenti, è che la frattura tra magistratura e avvocatura diventi insanabile, trascinando con sé la fiducia dei cittadini.
E senza fiducia, la giustizia non è più giustizia. È solo potere.
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